
La scomparsa di Abraham Foxman lascia un vuoto profondo non solo nel mondo ebraico, ma in tutte le coscienze democratiche che hanno creduto nella dignità umana, nella memoria della Shoah e nella lotta instancabile contro l’antisemitismo e ogni forma di odio.
Per decenni, alla guida della Anti-Defamation League – ADL, Foxman è stato una voce ferma, autorevole, spesso scomoda, ma sempre guidata da un principio essenziale: il silenzio davanti all’odio non è mai neutralità, è complicità.
Sopravvissuto alla Shoah da bambino, salvato grazie al coraggio di chi rischiò la propria vita per nasconderlo durante l’occupazione nazista, portò dentro di sé quella memoria non come un peso privato, ma come una responsabilità pubblica. La sua biografia era già di per sé una lezione morale. Nato in Bielorussia, cresciuto tra le ferite dell’antisemitismo, seppe trasformare il dolore in impegno civile. Non cercò mai vendetta, ma giustizia. Non alimentò paura, ma vigilanza democratica. Parlava con la forza di chi aveva conosciuto il male assoluto e per questo riconosceva immediatamente i segnali dell’intolleranza, anche quando altri preferivano minimizzarli.
Foxman apparteneva a quella generazione di leader che consideravano la memoria un dovere quotidiano. Per lui ricordare Auschwitz non significava soltanto commemorare il passato, ma difendere il presente. Ogni insulto antiebraico, ogni teoria del complotto, ogni revisionismo storico rappresentava una crepa da non sottovalutare. E lo diceva con lucidità, senza diplomazie inutili. Molti lo hanno conosciuto come un difensore inflessibile di Israele e del popolo ebraico. Ma ridurlo a questo sarebbe ingiusto. Abraham Foxman ha combattuto razzismo, xenofobia, odio religioso e discriminazioni con una coerenza rara. Ricordava che esistono ancora parole come responsabilità, verità e dignità. Chi lo ha ascoltato ricorda il suo sguardo severo ma umano, la capacità di parlare senza retorica, la determinazione di chi non dava mai per scontata la libertà. Perché sapeva, meglio di molti altri, quanto rapidamente la civiltà possa precipitare.
Oggi il suo nome entra nella memoria storica del nostro tempo. Ma resta soprattutto un esempio. In un’epoca attraversata da nuovi estremismi, antisemitismo crescente e odio diffuso nei social e nelle piazze, la sua voce mancherà enormemente.
Ricordare Abraham Foxman significa assumersi una responsabilità: non abituarsi mai all’odio. Mai considerarlo normale. Mai lasciarlo passare senza risposta.
Che la sua memoria sia di benedizione.
















