
A Latina è giunto Nathan Greppi a presentare il suo libro, “Fact-checking su Israele”. L’iniziativa è della associazione “La scelta per Davide, Latina amica di Israele”. Si svolge al Circolo Cittadino in pieno centro. Bandiere di Israele e un pubblico attento e numeroso.
L’autore è un ebreo della comunità di Milano. Porta le sue argomentazioni con precisione, è meticoloso. Mentre racconta di Israele, ringrazia più volte le forze dell’ordine; insiste su questo punto. Le ringrazio anch’io, sia chiaro, ma non comprendo appieno l’insistenza di quel ringraziamento ripetuto. Relatori Daniel Sermoneta, anche lui ebreo, Maurizio Guercio e il sottoscritto, i due vicepresidenti e il presidente dell’associazione. Siamo al Circolo Cittadino, con tanto di saluti del suo presidente Bruno Bulgarelli. Il libro è un testo di geopolitica, un racconto di fatti. Poi, quasi involontariamente, Nathan cambia narrazione.
È in quel momento che arriva la chiave di volta dell’incontro, anch’essa quasi involontaria, ma di una verità disarmante. Nathan dice: «Se tre anni fa mi avessero chiesto quale fosse un bel paese in cui vivere per un ebreo, avrei risposto l’Italia. Senza dubbio».
E ora? «Ora ho qualche dubbio», confessa.
Direte: cosa cambia? Cambia tutto. Tra le persone in sala c’è Giacomo Di Consiglio, ebreo di Roma — di quelli che stavano lì quando ancora Cristo doveva venire, che porta sul volto il peso di questa grande storia — eppure qualcuno si permette di dirgli che «non è italiano». Parla un romanesco purissimo, ma questo è il tempo in cui le storie non si studiano più: si cancellano.
Così Israele viene descritto come lo si vuole descrivere: cattivo e guerrafondaio. Gli altri, invece, sono i buoni e le vittime, persino quando attaccano. Scorrono le cartine con gli esodi forzati degli ebrei che vivevano da secoli nei paesi arabi del Nord Africa; riemerge la storia degli ebrei di Libia oggi in Italia. E si riflette sul senso di parole come “genocidio”, private ormai di ogni significato per diventare puri strumenti di propaganda.
Due ore di argomenti, numeri, mappe e storie che si incastrano nella Storia.
L’antisemitismo? È una malapianta che cresce dentro un Occidente smemorato, che non ricorda come la propria radice sia proprio lì, tra gli uomini e le donne di Israele.
Alla fine, Nathan risponde alle domande e lancia un interrogativo: «Perché abbiamo perso la partita della propaganda?». La risposta è semplice, quasi banale nella sua drammaticità: perché l’odio era solo stato coperto dalla polvere.














