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    ITALIA

    2 giugno 1946: gli ebrei italiani e la scelta della Repubblica

    C’è un ricordo che più di tutto racconta quello che succede agli ebrei italiani subito dopo la liberazione di Roma. È quello di Emanuele Di Porto, oggi novantenne e all’epoca un bambino di 12 anni che si salva dalla razzia del 16 ottobre saltando su un tram e viene nascosto per due giorni dagli autisti. “Quando gli americani entrarono a Roma – racconta Emanuele – Dopo mesi di terrore, io corsi a Piazza Venezia e urlai sotto il balcone del Duce: “so’ ebreo, so’ ebreo”.

    Tra il 1938 e il 2 giugno il 1946 passano appena otto anni, ma è un tempo infinito scandito dalle leggi razziali, dalle persecuzioni naziste, dalla Shoah. Gli ebrei italiani rientrano pian piano nella società cercando di dare un apporto alle grandi scelte istituzionali del paese. Le comunità sono ormai lo spettro del passato, ma riescono a ricomporsi e ricostituirsi. Il sintomo di questa attività lo si vede già nel dicembre del 1944 quando, nella Firenze Liberata, la rivista Israel riprende le pubblicazioni sospese nel novembre 1938, sotto la direzione di Carlo Alberto Viterbo, figura di spicco del rinnovamento culturale ebraico del dopoguerra.

    Il cammino da fare è ancora lungo, ma gli ebrei contribuiscono a forgiare l’Italia del Dopoguerra, innanzi tutto ponendosi nettamente a favore della Repubblica. La monarchia sabauda aveva tradito il patriottismo della comunità firmando le leggi antisemite. La scelta repubblicana rappresenta il simbolo di un nuovo Stato fondato sulla libertà e sull’uguaglianza. Gli ebrei e le ebree italiani partecipano con convinzione al voto.

    Dopo l’espulsione dalla vita pubblica, alcuni membri della comunità vengono eletti all’Assemblea costituente. Il più rappresentativo è Umberto Terracini, esponente di primo piano del Pci, presidente dell’Assemblea a partire dal febbraio 1947. Sempre tra le file del Pci, viene eletto Emilio Sereni, partigiano e fratello di Enzo Sereni, facente parte della Brigata Ebraica e ucciso a Dachau. Al momento del voto, sua moglie, Ada Sereni, è in Italia e sta organizzando l’emigrazione clandestina in Palestina ancora sotto mandato britannico, quella che sarà poi conosciuta come Aliyah Beth. Come racconta Ada stessa nel suo libro, I clandestini del Mare, per far chiudere un occhio alle autorità riguardo alle partenze dai vari porti italiani va a parlare con quello che sarà il futuro presidente del consiglio Alcide De Gasperi e non con il cognato, ministro dell’Assistenza Post-Bellica dal 14 luglio 1946. I rapporti tra Enzo ed Enrico si erano guastati proprio per la visione differente che i due avevano riguardo a Israele.

    Tra le file socialiste, viene eletto Vittorio Foa, sindacalista, tra i più noti intellettuali antifascisti, membro della resistenza combattuta con il fazzoletto verde di Giustizia e Libertà; Leo Valiani, storico, giornalista, figura chiave della resistenza; Giuseppe Emanuele Modigliani, leader socialista, rientrato dall’esilio dopo la caduta del fascismo.

    I vertici dell’Unione delle Comunità Israelitiche Italiane cercano di instaurare nel corso dell’estate del 1946 rapporti con i deputati costituenti di origine ebraica con l’obiettivo di trovare un appoggio alle richieste di parificazione dei culti e di uguaglianza nella nuova carta costituzionale. Richieste che avanzano sin dall’inizio al Governo provvisorio italiano di concerto con le Chiese evangeliche.

    Il principale motivo di contrasto è l’articolo 7, quello che conferma i Patti Lateranensi. Gli ebrei sono sconcertati, c’è preoccupazione per la parificazione dei culti e la visione di uno stato laico. Nel marzo del 1947, l’Unione invia pertanto una serie di rilievi ai deputati della Costituente assieme ai rappresentanti delle Chiese Evangeliche. Si arriva quindi a regolamentare l’articolo 8 che sancisce il principio del pluralismo e della laicità dello Stato, stabilendo che tutte le confessioni religiose sono egualmente libere davanti alla legge. I culti diversi da quello cattolico possono organizzarsi secondo i propri statuti, a patto che non contrastino con l’ordinamento giuridico italiano. I rapporti tra lo Stato e le religioni diverse da quella cattolica sono regolati per legge sulla base di accordi (intese) con le rispettive rappresentanze.

    Altro articolo spinoso è il 3 che sancisce l’uguaglianza davanti alla legge e la pari dignità sociale senza distinzioni basate su sesso, razza, lingua, religione, opinioni politiche o condizioni personali e sociali. È la parola razza ad essere contestata. Se le razze non esistono, perché metterle in costituzione? La senatrice Liliana Segre ha chiesto di cancellare la parola dalla nostra carta fondamentale, la comunità ebraica ha sempre fatto questo appello. “È una questione di cui si discute da parecchio tempo soprattutto dopo che in campo scientifico è emersa l’inesistenza del concetto di “razza umana” dal punto di vista biologico e scientifico – spiega il costituzionalista Giovanni Maria Flick che aggiunge: “Non so quanto sia utile e opportuno operare una modifica sulle carte fondamentali nelle quali la razza viene richiamata come momento e strumento in cui sono state odiose, pesantissime e inaccettabili le situazioni di strumentalizzazione di questo concetto”. Ma perché fu inserita nella Costituzione? “Perché eravamo reduci dall’assurdità di una situazione in cui con le leggi razziali o meglio razziste, nel 1938, vi era stato un allineamento al nazismo, ma c’era anche un’anima italiana di razzismo precedente che si manifestò nelle avventure coloniali. Leggi razziste, ghettizzazione degli ebrei, allontanamento di essi dall’istruzione e dalla cultura per arrivare all’acme di questa allucinante stortura con la Shoah a cui l’Italia ha dato il suo contributo in vari modi, ad esempio con il campo di concentramento e smistamento di Fossoli da cui partivano i treni per i campi di sterminio, e con la Risiera di San Saba a Trieste come modello italiano di campo di sterminio”, conclude Flick.

    La Costituzione entra in vigore il primo gennaio 1948. Negli anni, ci sono state modifiche attraverso la procedura aggravata dell’articolo 138, doppia votazione con maggioranza qualificata di due terzi del parlamento altrimenti si può ricorrere al referendum confermativo per evitare proprio che si potesse cambiare la carta fondamentale con la sola maggioranza e portare dritti alla dittatura come successe allo Statuto Albertino. Ma c’è un articolo che non può essere cambiato, nemmeno con il 138. Ed è l’ultimo, il 139: “La forma repubblicana non può essere oggetto di revisione costituzionale”. Insomma, la Repubblica compie 80 anni e nessuno ce la può togliere.

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