
Dare un nome e un volto alle donne che, per secoli, hanno contribuito alla trasmissione della cultura ebraica attraverso la copia dei manoscritti. È questo l’obiettivo di “The Girl Who Wrote” (“La ragazza che scrisse”), la mostra inaugurata all’Israel Museum di Gerusalemme che riscopre una pagina poco conosciuta della tradizione ebraica italiana.
Il punto di partenza dell’esposizione è una straordinaria Meghillà di Esther completata a Roma nel 1767 e accompagnata da un foglio con le benedizioni liturgiche di Purim, copiate da Luna Ambron, una ragazza di appena quattordici anni. Il manoscritto era rimasto sconosciuto agli studiosi fino alla sua recente acquisizione da parte del museo.
La prima parte della mostra riunisce, dunque, le uniche tre Meghillot di Esther conosciute al mondo firmate da donne copiste, tutte realizzate in Italia: oltre a quella di Luna Ambron, sono esposti il rotolo di Stellina bat Menachem, prodotto a Venezia nel 1564, e un foglio di pergamena con le Berachot che si recitano a Purim, firmato da Camilla de Rossi e realizzato a Roma nel 1770.
“Tra il XIII e il XIX secolo sono note soltanto una ventina di donne copiste ebree, mentre la maggior parte degli scribi dell’epoca non era solita firmare le proprie opere”, racconta Anna Nizza-Caplan, curatrice della mostra. Per questo, ogni manoscritto attribuibile con certezza a una donna rappresenta una fonte storica unica nel suo genere.
Questi documenti si inseriscono, inoltre, nel dibattito sul ruolo delle donne nella tradizione scribale ebraica. Sebbene la tradizione rabbinica non consenta loro di scrivere un Sefer Torah, non esiste un divieto esplicito riguardo alla Meghillà di Esther. La presenza di esemplari firmati da donne contribuisce quindi a colmare una significativa lacuna nella documentazione storica e giuridica dell’ebraismo.
Per ampliare il racconto del ruolo femminile nella produzione libraria ebraica, l’esposizione presenta anche: una piccola Meghillà per il conteggio dell’Omer firmata da una giovane donna, un libro di Selichot copiato da Fortunata Fiano e una traduzione italiana di un commento alla Meghillà di Esther realizzata da Hannah Piperno.
La seconda parte della mostra è dedicata alla famiglia di Luna. Gli Ambron, di origine catalana, erano tra le famiglie più influenti del Ghetto di Roma e avevano stretti legami con la Sinagoga Catalana, una delle cinque storiche sinagoghe del quartiere ebraico. Benestanti e attivi nelle attività finanziarie, contribuirono in modo significativo alla vita della comunità.
A testimonianza del loro prestigio, sono esposti alcuni dei documenti su pergamena appartenuti alla famiglia: attestazioni, privilegi e autorizzazioni concessi dalle autorità civili che permettono di ricostruire l’ambiente sociale e culturale in cui crebbe la giovane scriba.
Durante l’inaugurazione, l’Ambasciatore d’Italia in Israele, Luca Ferrari, ha sottolineato il valore storico delle comunità ebraiche italiane e dei rapporti culturali tra Italia e Israele. “È un patrimonio vivo che arricchisce la nostra identità nazionale e continua a fare da ponte tra i nostri due Paesi”, ha dichiarato.
Concludendo il suo intervento, Ferrari ha ricordato come “i legami forgiati dalle nostre due Nazioni in secoli di storia condivisa rimangono indissolubili”, ribadendo il ruolo della cultura come strumento di dialogo e memoria.














