
C’è qualcosa di profondamente significativo nel fatto che una delle istituzioni più prestigiose al mondo abbia scelto Roma — e l’Auditorium dell’Ara Pacis, altare della pace augustea — per annunciare il proprio radicamento in Italia. Il Nobel per la sostenibilità non è ancora un premio nel senso tecnico tradizionale, ma è qualcosa di forse più ambizioso: un sistema di riconoscimento e qualificazione destinato a imprenditori, studiosi e imprese che abbiano intrapreso un percorso autentico verso una gestione del business rispettosa dell’ambiente e delle comunità in cui operano.
Il convegno “A World in Balance”, organizzato dall’Associazione Mosaikon – realtà che riunisce alcune fra le personalità più autorevoli nel campo dell’etica e della sostenibilità d’impresa – in stretta collaborazione con il Nobel Sustainability Trust (NST) ha rappresentato il momento inaugurale di questa presenza italiana. A lanciare la sfida è stato Peter Nobel in persona, esponente diretto della celebre famiglia che ha ideato e progettato questa iniziativa operando in modo autonomo rispetto alla Nobel Foundation tradizionale. Al suo fianco, il sindaco di Roma Roberto Gualtieri ha voluto sottolineare come soltanto progetti sistemici – capaci di generare un equilibrio reale tra crescita economica, tutela ambientale e rispetto delle persone – possano costituire una risposta all’altezza delle crisi del nostro tempo. La Presidente di Mosaikon Clelia Piperno ha chiuso l’evento ricordando, attraverso il simbolo dell’Ara Pacis, la responsabilità collettiva verso il futuro, perché la pace è il primo presupposto di qualunque pianeta sostenibile.
La radice comune: il mondo non ci appartiene
Per i lettori di Shalom, questo evento non può non risuonare con qualcosa di molto più antico delle moderne agende ESG. La tradizione ebraica ha elaborato, molto prima che il linguaggio della sostenibilità diventasse lessico manageriale, una visione radicalmente responsabile del rapporto tra essere umano e mondo creato. Bal tashchit — il divieto di distruzione gratuita che la Torah ricava dall’interdizione di abbattere gli alberi da frutto in tempo di guerra (Devarim 20:19-20) — è forse il primo principio ecologico della storia del pensiero religioso. Non si tratta di sentimentalismo naturalistico: si tratta di riconoscere che il mondo non è proprietà dell’uomo ma è affidato a lui in custodia.
È in questa cornice che il concetto di Tikkun Olam — la riparazione del mondo — acquista tutta la sua forza propulsiva. Non un ideale astratto, ma un mandato concreto: ogni azione umana nel mondo, compresa l’attività economica, ha una dimensione etica ineludibile. L’imprenditore che inquina, che sfrutta le comunità locali, che esternalizza i costi ambientali scaricandoli sui più vulnerabili, non compie soltanto un errore strategico o reputazionale: compie un atto contrario all’ordine del creato.
Un Nobel che guarda alle persone, non solo ai profitti
Ciò che distingue l’iniziativa della Nobel Sustainability Trust da molte retoriche green che circolano nel mondo degli affari è precisamente questa insistenza sulle comunità. Non basta che un’impresa riduca le emissioni o installi pannelli solari: la sostenibilità autentica include la domanda su chi abita i territori in cui si opera, su come il business trasforma — o deturpa — il tessuto sociale locale. È una visione che ricorda da vicino quella halakhica della responsabilità verso il prossimo, che non si esaurisce nell’astensione dal danno diretto ma si estende all’obbligo di considerare le conseguenze dell’agire sugli altri.
Il fatto che questa iniziativa muova i suoi primi passi istituzionali proprio in Italia non è privo di interesse. L’Italia è un paese in cui la dimensione comunitaria dell’impresa ha radici profonde — nel modello cooperativo, nella tradizione dei distretti industriali, in un’etica del lavoro che ha sempre stentato a ridursi alla sola logica del profitto. Che il Nobel per la sostenibilità trovi qui, attraverso Mosaikon, il suo ancoraggio europeo è, in questo senso, coerente.
Un’alleanza tra visione e responsabilità
L’Associazione Mosaikon, che ha organizzato l’evento e che sarà partner strutturale di questo percorso in Italia, porta con sé una concezione della sostenibilità che non è soltanto tecnica ma profondamente valoriale. Il suo nome stesso — che rimanda alla logica del mosaico, della composizione di tessere diverse in un disegno unitario — suggerisce una visione del mondo in cui la diversità non è ostacolo ma risorsa, e in cui la coesione si costruisce non attraverso l’omologazione ma attraverso la cura delle differenze.
Per la comunità ebraica italiana, impegnata da secoli nella riflessione su come abitare il mondo senza dissolversi in esso e senza chiudersi rispetto ad esso, la sfida della sostenibilità non è estranea. È, in fondo, la stessa domanda che ogni generazione si pone davanti al mondo ricevuto in eredità: cosa consegneremo a chi verrà dopo di noi?
Il Nobel per la sostenibilità, nella sua versione italiana appena nata sulle rive del Tevere, sembra voler raccogliere proprio questa domanda. E vale la pena prestarvi attenzione.














