
Hanno trovato un sistema elegante. Provano a far fuori uno scrittore da un festival non per ciò che ha detto, ma per quel che non ha detto. Non si dice più “fuori gli israeliani”. Si preferisce dire “fuori chi non ha condannato abbastanza”. Eshkol Nevo — uno dei narratori israeliani più amati in Italia — non supera l’esame. Una petizione chiede agli organizzatori del festival Libro Possibile, al presidente della Regione Puglia Antonio Decaro e al sindaco di Polignano Vito Carrieri di riconsiderare il suo invito, perché lo scrittore non avrebbe espresso “una chiara e pubblica presa di distanza dalle politiche del governo israeliano, dalla devastazione di Gaza e dall’espansione del conflitto nell’intero Medio Oriente”. Tra i firmatari compare anche Franco Moscone, arcivescovo della diocesi di Manfredonia Vieste San Giovanni Rotondo. Un vescovo della Chiesa cattolica che chiede di mettere al bando uno scrittore israeliano ed ebreo. In Italia. Nel 2026. La petizione precisa, con cura, di non mettere in discussione “il valore letterario delle opere di Nevo” né “il principio della libertà di espressione”. Però chiede di escluderlo. Questa non è una contraddizione, è la foglia di fico nella sua forma più pura. Il criterio, del tutto apparente, che stabilisce promossi e bocciati è anche assai mobile. I nuovi censori colpiscono tanto il silenzio quanto la parola — vedi quel che è accaduto ad un altro scrittore, Erri De Luca. Sia il detto che il non detto possono essere sospetti. Nevo a quanto pare sarà a Polignano. Ma la logica che ha prodotto questa petizione sembra proprio essere la stessa che i commissari della moralità pubblica seguivano per usare parole, silenzi e colpire le persone. E con la scusa di imporre idee giuste, commettevano azioni mostruose. Chi non si conformava veniva segnalato, escluso, messo a tacere. In questo paese, non molto tempo fa, si chiamava conformismo obbligatorio.














