
Le difficoltà di Israele
Gli ultimi sono stati giorni difficili per Israele, su molti fronti. C’è il gran dubbio sulle vere intenzioni di Trump rispetto alla guerra in Iran. C’è il fronte del Libano, dove nonostante i grandi risultati militari e le trattative con il governo legittimo, i terroristi di Hezbollah continuano a essere pericolosi e hanno inflitto perdite dolorose all’esercito israeliano con i loro droni teleguidati per fibra ottica. C’è Hamas a Gaza che rifiuta di disarmarsi secondo gli accordi di tregua e anzi a quanto pare recluta e addestra nuove milizie, ricevendo di nuovo armi di contrabbando. C’è Fatah che ha tenuto il suo congresso dando spazio soprattutto ai terroristi condannati per crimini sanguinosi. C’è una crisi nella politica interna da quando i partiti religiosi hanno deciso di abbandonare la maggioranza che non avrebbe soddisfatto gli impegni per l’esenzione dalla coscrizione militare degli studenti delle scuole talmudiche: la Knesset ha approvato nella prima delle tre votazioni necessarie la legge per tenere elezioni anticipate, forse all’inizio di settembre o nella seconda metà di ottobre, dopo le feste religiose. E c’è la questione della flottiglia, che ha avuto assai più spazio nei giornali europei che in Israele, ma senza dubbio ha provocato un grave imbarazzo.
Il blocco navale
Partiamo da quest’ultimo punto. Israele mantiene un blocco navale su Gaza a partire dall’inizio del 2009. Si tratta di un provvedimento conforme alla legge internazionale che ammette chiaramente lo strumento del blocco in caso di conflitti bellici e chiede solo che esso sia dichiarato, universale ed effettivo, cioè non discrimini fra diverse imbarcazioni rispetto alla loro nazionalità o intenzioni, ma impedisca a chiunque di raggiungere la costa bloccata. È quel che stanno facendo anche gli Usa con l’Iran, che la Gran Bretagna ha fatto con la Germania durante la Prima Guerra Mondiale ecc. Lo scopo non è di affamare la Striscia, che riceve cibo, carburante e altre merci attraverso i confini terrestri con Israele e con l’Egitto, da tempo gestiti da autorità internazionali. Del resto, le grida propagandistiche sulla fame di Gaza sono state smentite da tempo da tutte le autorità competenti. A Gaza sono entrati dall’inizio della guerra circa 3 milioni di tonnellate di aiuti (erano già 2,1 milioni solo da Israele alla fine dell’anno scorso secondo i dati ufficiali del COGAT (Coordinator of Government Activities in the Territories). Il blocco serve a rendere difficile che a Hamas arrivino armi sofisticate in quantità e nuovi rinforzi. Bisogna anche aggiungere che il blocco si estende legalmente anche alle acque internazionali e che basta la dichiarata intenzione di un’imbarcazione di violarlo per autorizzarne il fermo militare.
L’obiettivo delle flottiglie
Lo scopo delle flottiglie, dunque, non è certo mai stato “portare aiuti umanitari” a Gaza, come è stato dichiarato spesso; di solito non ne avevano affatto affatto, come hanno mostrato le perquisizioni delle navi bloccate, o al massimo si trattava di qualche oggetto simbolico. Si trattava di “rompere il blocco” rendendo inefficace e dunque illegale secondo le norme internazionali l’azione israeliana e poi di fare propaganda contro Israele, mostrandone un presunto carattere violento per accreditare il “diritto alla resistenza” di Hamas. Infine, l’obiettivo era fare rumore intorno a Gaza, mettendo al centro dell’attenzione dei media la “questione palestinese”, ormai diventata piuttosto marginale. Così accadde già nel maggio/giugno del 2010, con la “Freedom Flottilla” cui apparteneva la nave turca Mavi Marmora dove i filoterroristi turchi cercarono di assalire i militari israeliani venuti a prendere possesso dell’imbarcazione, con la conseguenza di gravi scontri. Così poi è successo per le flottiglie successive (2011, 2015, 2016, 2018, 2025) che non hanno resistito con la forza al sequestro, ma hanno impiegato bugie propagandistiche sempre più insistenti, gravi e sfacciate (qualcuno ricorderà le immagini di Greta Thunberg mentre fingeva di essere ammanettata all’imbarco dell’aereo che la riportava a casa, o le denunce di violenze sessuali su cui anche la giustizia italiana sta indagando).
L’ultimo episodio
L’ultima flottiglia, partita una decina di giorni fa dalla Turchia, senza portare alcun aiuto ma con solo intenzioni politiche, è stata bloccata in alto mare dalla marina israeliana, che ha dovuto sparare anche proiettili non mortali di gomma per arrestare le barche che cercavano di sfuggire all’arresto. Poi sono uscite le immagini dei suoi partecipanti costretti al suolo in una base militare, mentre il ministro dell’Interno Itamar Ben Gvir si è fatto filmare mentre ispezionava la scena portando una bandiera israeliana. Si è trattato certamente di modalità di arresto inopportune, anche se bisogna tener conto che Israele è in stato di guerra e i membri della flottiglia sono oggettivamente e spesso soggettivamente legati alla forza terrorista di Hamas, com’erano i capi della penultima flottiglia, quella di un mese fa. Alcune sgradevoli precauzioni sono sempre necessarie nel caso di arresti di massa, in particolare di gruppi in cui potrebbero esserci terroristi capaci anche di violenze suicide. Ma certamente la gestione dell’episodio è stata sbagliata. Il commento più autorevole è quello del primo ministro Netanyahu, che ha stigmatizzato l’episodio, cui si sono poi aggiunti altri ministri, fra cui quello degli esteri Saar. “Israele ha ogni diritto di impedire flottiglie provocatorie di sostenitori del terrorismo di Hamas di entrare nelle nostre acque territoriali e raggiungere Gaza. Tuttavia, il modo in cui il ministro Ben-Gvir ha trattato gli attivisti della flottiglia non è in linea con i valori e le norme di Israele”.
Il vero problema è l’Iran
L’episodio della flottiglia però è solo una provocazione consapevole, che non influenza gli esiti della guerra. Il problema oggi sono le trattative in corso fra amministrazione americana e regime iraniano, che a tratti sembrano doversi rompere, preludendo a una ripresa della guerra, a tratti invece riprendono con voci inverificabili sulle concessioni che Trump avrebbe deciso di fare. È questo il nodo vero da tener presente. Tutto il resto, dalle “rivelazioni” giornalistiche (per esempio su scontri telefonici fra Netanyahu e Trump o alla pretesa intenzione israeliana di riportare al potere il fanatico estremista antisemita Ahmadinedjad) all’assalto simbolico della flottiglia, dall’atteggiamento intransigente di Hamas ai droni di Hezbollah sono azioni laterali, diversioni, campagne propagandistiche, tentativi di prendere vantaggi tattici da far pesare alla fine della guerra.















