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    ISRAELE

    La settimana di Israele. Il tempo dell’altalena

    I colpi di scena
    Il periodo appena trascorso, e certamente anche quel che viviamo ancora, è stato in Medio Oriente il momento dell’altalena, cioè del cambiamento rapido e ripetuto delle attese e delle valutazioni. Prima è stato raggiunto il dominio completo dell’area da parte dell’aviazione americana e israeliana con l’annuncio della distruzione di buona parte dei sistemi d’arma dell’Iran e di Hezbollah. Poi si è realizzata la comprensione che questa prevalenza non impediva all’Iran di bloccare quell’arteria fondamentale dell’economia mondiale che è lo stretto di Hormuz. Di seguito è venuta l’attesa di un’operazione di terra con lo scopo di eliminare il blocco e invece è arrivato il cessate il fuoco e l’annuncio delle trattative in Pakistan. Queste sono cominciate, ma dopo un giorno si sono rotte completamente e gli Usa hanno reagito col blocco navale dell’Iran. Israele ha potuto compiere la più grande eliminazione dei capi di Hezbollah dopo quella avvenuta coi cercapersone due anni fa e spingere le truppe di terra fino al fiume Litani, al di qua del quale le decisioni dell’Onu e gli accordi col Libano avrebbero dovuto già da tempo impedire la presenza dei terroristi. Contemporaneamente è stato annunciato l’avvio delle trattative fra Israele e Libano, subito smentito dal rifiuto del presidente libanese di discutere personalmente con Netanyahu al telefono. Trump ha “proibito” (termine sgradevole ma realistico) a Israele di proseguire la propria azione bellica contro Hezbollah e ha annunciato non solo il rilancio della trattativa fra Israele e Libano, ma anche la ripresa di quella con l’Iran. Il ministro degli Esteri dell’Iran ha dichiarato di aver accettato una condizione americana fondamentale, la riapertura di Hormuz, e Trump ha affermato che vi era anche l’accordo per il recupero americano dell’uranio arricchito (l’esplosivo nucleare) e per la cessazione del progetto atomico degli ayatollah. Ma subito dopo questo accordo è stato smentito dagli esponenti del regime e lo Stretto è stato richiuso con spari contro le navi che cessavano di passare. Ora si aspetta la reazione americana, che potrebbe essere un’azione di terra o la ripresa dei bombardamenti.

    La logica di Trump
    C’è una logica in questa altalena? Sì, l’azione di Trump è razionale, checché ne dicano i politologi dei grandi media che si atteggiano a psichiatri. I suoi obiettivi sono chiari: disarmo nucleare e missilistico dell’Iran, sua rinuncia al progetto imperialistico condotto attraverso i vari burattini come Hezbollah, Hamas, Houti e alle azioni piratesche come la chiusura di Hormuz e l’assalto ai paesi neutrali. Trump vuole ottenere questi risultati con un uso massiccio della forza, ma senza impantanare le truppe sul suolo iraniano. Dunque quel che conta per lui è la trattativa e le armi sono uno strumento negoziale, non viceversa. Il popolo iraniano, dopo la sconfitta del progetto imperialista del regime, secondo Trump dovrà liberarsi da sé, perché non possono farlo per lui le truppe americane. Israele, che anche ieri sera il presidente Usa ha lodato come “alleato fedele, combattivo, disciplinato, tosto” avrà garantita a lungo la sua sicurezza dalla distruzione del programma missilistico e atomico e dall’abbandono dei burattini. Sui dettagli, le garanzie, i tempi, deciderà un negoziato anche lungo, come sta accadendo a Gaza. Questa è la visione di Trump, che pensa di ottenere con ciò anche numerosi vantaggi accessori per l’America: la riaffermazione della sua potenza mondiale, il controllo della grande maggioranza di quella risorsa ancora oggi fondamentale che è il petrolio (abbondante negli Usa, che sono più che autosufficienti, aumentato dalla vittoria in Venezuela, integrato dall’alleanza con i paesi del Golfo che l’Iran ha attaccato come Arabia, Qatar, Kuwait, Emirati e reso quasi totale dalla dipendenza dell’Iran). Questo controllo sarà un’arma fondamentale per bloccare le ambizioni cinesi e togliere forza alla Russia (abbassando i prezzi da cui Putin ricava buona parte del suo bilancio) e rilanciando al tempo stesso l’economia mondiale, anche per mezzo di un asse con India, Stati arabi sunniti, Israele (gli accordi di Abramo), guidato naturalmente dagli Usa.

    L’insignificanza europea
    L’Europa ha rifiutato di inserirsi in questo quadro anche solo simbolicamente e rischia di pagare un prezzo pesantissimo per la strana idea, questa sì senza strategia, di stare in mezzo fra una sanguinosa dittatura e gli stati filo-occidentali, in particolare Israele che è la sola democrazia del Medio Oriente, fra terrorismo e sue vittime, fra l’asse occidentale e quello costituito da Cina-Russia-Iran, fra lo Stato più potente del mondo e una media potenza fanaticamente aggressiva. Tutto quel che ha saputo fare è costituire un gruppo di “volonterosi” (Macron, Starmer & C.), disposti a mandare la propria marina a difendere le linee di rifornimento petrolifero del Golfo … solo quando non ce ne sarà più bisogno, cioè dopo la conclusione della pace.

    Le prospettive di successo
    Riuscirà il progetto di Trump? Tutto dipende dalla volontà del regime iraniano a tentare di sopravvivere senza provocare la distruzione completa delle infrastrutture del paese o a immolarsi pur di non arrendersi. È difficile naturalmente leggere una politica chiusa e settaria fino alla paranoia come quella interna al gruppo dirigente iraniano. Ma, a quanto pare, c’è una lotta fra queste due posizioni, fra parte dell’apparato politico che cerca di negoziare con gli americani e la “Guardie delle rivoluzione” o pasdaran, che vogliono distruggere tutto quel che riescono a raggiungere, al costo di morire alla maniera di Sansone, pensando di ottenere con ciò una vittoria. Il predominio americano è tale che molto probabilmente gli obiettivi di disarmo atomico e missilistico e abbandono dei burattini saranno comunque ottenuti, con la forza se non col negoziato come preferirebbe Trump. È dunque una questione di tempi e di modi. È molto probabile che l’altalena continui a oscillare ancora per un periodo non breve, che ci siano annunci di trattative e episodi di guerra, ma che alla fine l’incubo degli ayatollah si dissolverà per il bene dell’Iran, di Israele e del mondo.

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