
C’è un punto preciso in cui la poesia smette di essere spiegazione e diventa attraversamento. In Lorem ipsum dolor, la nuova raccolta di Valentina Belgrado (Ensemble, collana Alter), quel punto coincide con il dolore — ma non nel senso più prevedibile. Non un tema, piuttosto un campo di forze. “La poesia, per come la vedo io, non va neanche troppo interpretata”, ha detto Belgrado a Shalom. Una dichiarazione che suona quasi come un avvertimento al lettore: non cercare di addomesticare il testo, lasciati piuttosto esporre.
La raccolta, 53 pagine per 40 componimenti, nasce come sviluppo — e insieme superamento — di un lavoro precedente, Cefalea cronica. Lorem ipsum dolor è stata preceduta da un’altra raccolta monotematica, Cefalea cronica, che affronta la mia patologia – ha spiegato a Shalom –. Era molto più tecnica ed è stata per me un’esperienza molto sperimentale, perché ho provato a mettere in versi una malattia in chiave sarcastica e ironica. Qui, invece, il perimetro si allarga. Il dolore resta il perno, ma si stratifica: fisico, emotivo, storico. “Questa raccolta vuole allargare un po’, estendere – ha spiegato a Shalom –. Qui parliamo di qualcosa che continua a trapelare tra le pagine e si estende partendo da Cefalea cronica, ma anche da altre questioni personali come il lutto”.
E il lutto, in effetti, è una delle linee più profonde del libro: la dedica iniziale è “al sorriso imperituro della mia amica Noemi Pace”, e l’incipit stesso si muove dentro quella perdita. “La prima poesia, incipit della raccolta, è dedicata a lei – ha detto – ed è un dolore sia fisico sia sentimentale”.
Ma Belgrado non resta nel privato. La sua scrittura procede per dilatazione: dall’esperienza individuale ai grandi scenari collettivi. “Attingo a questioni personali per allargarmi a temi molto più universali, ad esempio il conflitto in Medio Oriente”. Nella raccolta emergono infatti testi che intercettano la memoria ebraica, la guerra, la storia, fino a toccare episodi concreti come l’alluvione in Toscana. “Altri eventi hanno toccato la mia famiglia – ha aggiunto – c’è infatti un testo dedicato a loro”.
Questa tensione tra intimo e universale è sostenuta anche da una struttura interna tutt’altro che casuale. “Spesso le poesie seguono anche un ordine stagionale – ha spiegato –, come nel testo dedicato a Chanukkà a Legnago”. Le feste ebraiche diventano così una sorta di calendario emotivo, una scansione del tempo che tiene insieme memoria e presente.
E poi c’è il titolo. Apparentemente neutro, quasi tecnico, in realtà carico di stratificazioni. “Il titolo prende le mosse da Cicerone”. L’espressione viene usata in tipografia come testo riempitivo. Il celebre lorem ipsum — testo segnaposto — diventa qui una dichiarazione poetica: il dolore come riempitivo dell’esistenza, ma anche come materia da riplasmare.
Le epigrafi, del resto, orientano subito la lettura. Eschilo, Zeruya Shalev, Yehuda Amichai: tre voci che, ciascuna a suo modo, interrogano la sofferenza. “Amichai come grande poeta israeliano, insieme a Zeruya Shalev ed Eschilo”, ha detto Belgrado, citando anche il riferimento a Elettra: “Il sonno mi si addice”, che ritorna nella raccolta come eco della morte.
Eppure — ed è qui la svolta più interessante — Belgrado rifiuta una lettura univoca. “Non è un testo sul dolore ma sullo stupore”, ha spiegato. È forse questa la chiave più significativa della raccolta. Perché, leggendo, il dolore non resta mai statico: si trasforma, devia, si fa ironia, corpo, memoria, lingua tecnica, immagine improvvisa. In alcuni testi diventa quasi anatomia; in altri si apre a visioni che sfiorano il paradosso o il sarcasmo medico, come già accadeva nella raccolta precedente.
Il risultato è una scrittura che non cerca consolazione, ma precisione. Una poesia che lavora per accumulo e scarto, per dettagli e cortocircuiti. Non sorprende, allora, che il libro abbia già ottenuto un riconoscimento importante: Lorem ipsum dolor è stato finalista al Premio Zeno 2025. Un esito che conferma la forza di una voce capace di muoversi tra registri diversi senza perdere coerenza.
E forse è proprio qui il punto: Belgrado non chiede di capire, ma di restare. Di attraversare il testo senza pretendere una chiave definitiva.














