
Gloria Steinem, una delle figure più riconoscibili e influenti del femminismo americano, è morta all’età di 92 anni. Per oltre mezzo secolo è stata giornalista, scrittrice, organizzatrice politica e instancabile protagonista delle battaglie per l’uguaglianza di genere, diventando una delle voci simbolo della seconda ondata del movimento femminista negli Stati Uniti.
Nata a Toledo, in Ohio, nel 1934, Steinem apparteneva a quella generazione di donne che, tra gli anni Sessanta e Settanta, mise in discussione ruoli sociali, discriminazioni e rapporti di potere considerati fino ad allora quasi immutabili. Il suo giornalismo e la sua attività politica contribuirono a portare il tema dei diritti delle donne dal margine del dibattito pubblico al centro della politica americana.
Ma Steinem non fu soltanto una militante. Fu anche una giornalista capace di utilizzare la scrittura e i media come strumenti di denuncia. Nel corso della sua carriera raccontò la condizione femminile, criticò le disuguaglianze economiche e sociali e si batté per una maggiore rappresentanza delle donne nella vita pubblica.
La sua influenza fu particolarmente forte negli anni Settanta, quando il movimento femminista americano attraversò una fase di straordinaria espansione. Steinem divenne una delle sue portavoce più note, contribuendo a dare forma a un movimento che chiedeva non soltanto nuovi diritti, ma una trasformazione profonda della società.
La sua notorietà non fu priva di controversie. Come molte figure di primo piano del femminismo, Steinem fu criticata sia dall’esterno sia dall’interno del movimento. Le vennero contestate alcune posizioni politiche e, nel corso degli anni, il suo ruolo stesso di icona mediatica fu oggetto di discussione.
Proprio questa capacità di suscitare dibattito, tuttavia, fa parte della sua eredità. Steinem contribuì a rendere il femminismo una questione impossibile da ignorare per la politica e per la cultura americana.
Un aspetto particolarmente significativo della sua biografia fu il rapporto con l’identità ebraica. La Jewish Telegraphic Agency, nel darne la notizia, ha ricordato una delle sue dichiarazioni più nette: “Ovunque ci sia antisemitismo, mi identifico come ebrea”.
Non si trattava per Steinem di un’identità separata dal suo impegno politico. Al contrario, la questione ebraica entrava nella sua più ampia riflessione sull’oppressione, sulla discriminazione e sulla necessità di difendere i diritti delle minoranze.
La sua figura è stata così significativa anche per il mondo ebraico progressista americano, dove la tradizione dell’impegno sociale e quella della lotta per i diritti delle donne hanno spesso trovato punti di contatto.
A distanza di decenni dalle battaglie che la resero famosa, molte delle questioni affrontate da Steinem restano al centro del dibattito politico: parità salariale, accesso delle donne al potere, libertà riproduttiva, violenza di genere e rappresentanza.
La sua morte chiude una delle grandi parabole del femminismo americano del Novecento, ma difficilmente ne cancellerà l’influenza. Steinem appartiene a quella generazione di attivisti che non si limitarono a chiedere riforme: contribuirono a modificare il linguaggio con cui una società parlava di sé stessa.
Per milioni di donne americane, il suo nome è rimasto legato alla possibilità di trasformare una condizione privata in una questione pubblica e politica. Ed è forse questa la parte più duratura della sua eredità: l’idea che l’uguaglianza non sia una concessione, ma una battaglia collettiva.
Con la sua scomparsa, a 92 anni, se ne va una delle protagoniste della lunga storia americana dei diritti civili e delle donne. Una storia alla quale Gloria Steinem ha dato voce, visibilità e, soprattutto, una nuova grammatica politica.
Foto di Gloria Steinem tramite Wikimedia Commons (CC BY-SA 2.0).













