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    ISRAELE

    L’ex ostaggio Omer Shem Tov risponde a NAZA: “Anch’io ero un danno collaterale”

    “So cosa significa essere un danno collaterale. Per 505 giorni, questo è ciò che sono stato”. Omer Shem Tov, liberato nel febbraio 2025 dopo 505 giorni di prigionia a Gaza, interviene così nel dibattito sul film NAZA, premiato con il Premio speciale della giuria alla Mostra del cinema di Venezia.

    In un editoriale pubblicato dal Wall Street Journal, l’ex ostaggio racconta la paura vissuta durante la prigionia: non soltanto quella dei suoi carcerieri, della fame e della possibilità di non rivedere la propria famiglia, ma anche quella di essere ucciso da un attacco israeliano. “Se una bomba israeliana mi avesse ucciso, Hamas avrebbe vinto due volte: io sarei morto e Israele sarebbe stato ritenuto responsabile” scrive.

    Shem Tov racconta di essere stato tenuto in appartamenti situati in zone di combattimento e sostiene di aver assistito agli sforzi israeliani per limitare le vittime civili: volantini, messaggi, telefonate e ordini di evacuazione. In un episodio, riferisce che la madre di uno dei suoi carcerieri avrebbe ricevuto una telefonata israeliana per essere avvertita di un possibile attacco. “Hamas sapeva dove ero e mi lasciava morire. Israele non sapeva dove fossi, ma cercava di proteggere la madre del mio carceriere” afferma.

    “Un bambino palestinese morto non diventa meno morto per una statistica” scrive Shem Tov. Ma, aggiunge, non si dovrebbe ignorare ciò che Israele ha rischiato per ridurre quel numero. “Se Israele si fosse preoccupato meno del danno collaterale, forse sarei tornato a casa prima. Sarebbero potuti morire meno soldati israeliani, meno ostaggi. Ma sarebbero morti più palestinesi”.

    Shem Tov racconta anche un episodio che, durante la prigionia, gli avrebbe fatto comprendere la logica dei suoi carcerieri. Mentre lui viveva nel terrore durante un bombardamento israeliano, uno degli uomini di Hamas accanto a lui avrebbe reagito con entusiasmo alle esplosioni, considerandole una prova dei danni inflitti a Israele. Per l’ex ostaggio, in quella situazione la distruzione stessa poteva diventare uno strumento di propaganda e di vittoria per Hamas.

    L’ex ostaggio non chiede dunque che la sofferenza dei palestinesi venga ignorata. Chiede che, nel raccontarla, non scompaiano gli ostaggi, il 7 ottobre e la responsabilità di chi ha scatenato quella guerra. Perché prima di ancora di essere un “danno collaterale”, lui era una persona: un ragazzo rapito a un festival musicale mentre ballava, tenuto in cattività per 505 giorni e sopravvissuto per poter raccontare l’orrore di ciò che ha visto.

    Foto credit copertina: di Oren Rozen /
    Wikimedia Commons /
    CC BY-SA 4.0.
    (Opera originale ritagliata)

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