
Il Talmud pone una domanda apparentemente semplice: che cos’è una sukkà? La risposta, però, non riguarda soltanto la costruzione materiale della capanna, ma il significato stesso della festa. Rabbi Eliezer insegna che la sukkà richiama le Ananè HaKavod, le Nubi di Gloria che accompagnavano Israele nel deserto: una protezione manifesta, il segno della presenza divina accanto al popolo. Rabbi Akiva, invece, risponde con due parole: sukkot mamash (Sukkà 11b). La sukkà è una capanna vera, concreta, fatta di materiali semplici, con una copertura di sechach che protegge senza chiudere completamente: lascia filtrare la luce e permette di vedere il cielo. Dietro a questa discussione si nasconde una domanda che riguarda ciascuno di noi: la nostra sicurezza nasce dal sentirci completamente protetti oppure dalla capacità di vivere con fede anche quando la protezione non è assoluta?
Sukkot ci propone un gesto sorprendente: lasciare la nostra casa stabile per entrare in una dimora fragile e chiamare questi giorni zeman simchatenu, «il tempo della nostra gioia». Non è la gioia di chi ha eliminato ogni incertezza, ma quella di chi, pur conoscendo la fragilità della vita, continua a riconoscere la presenza di D-o.
Questa domanda non appartiene soltanto al passato. La nostra epoca ci ricorda quanto sia fragile ciò che spesso consideriamo sicuro: nei conflitti che attraversano il mondo, nelle difficoltà vissute dalle comunità ebraiche, nella memoria di un popolo che ha conosciuto periodi di grande fioritura ma anche persecuzioni e distruzioni. Proprio per questo la Torah ci invita a costruire una casa aperta, una casa che non nasconde la vulnerabilità, ma la trasforma in un’esperienza di fede.
Le tre feste di pellegrinaggio sembrano delineare anche un cammino spirituale. A Pesach è D-o che interviene nella storia e libera Israele; a Shavuot Israele incontra D-o ai piedi del Sinai e accoglie il Patto; a Sukkot è il popolo che segue D-o nel deserto, «in una terra non seminata» (Geremia 2,2). La sukkà ricorda così che la fede non nasce soltanto quando tutto è garantito, ma anche quando scegliamo di continuare il cammino affidandoci a D-o.
Il Rashbam, commentando i versetti della Torah dedicati a Sukkot (Levitico 23,43), sottolinea il significato educativo della festa. Proprio nel momento in cui l’uomo raccoglie i frutti del proprio lavoro e si stabilisce nella sicurezza della propria casa, la Torah gli chiede di uscirne e di ricordare la precarietà del deserto. La sukkà interrompe l’illusione dell’autosufficienza e insegna che prosperità e sicurezza non possono mai essere date per scontate.
È una lezione particolarmente significativa per l’ebraismo italiano. La nostra storia ci insegna che le mura, per quanto solide, non sono una garanzia definitiva. Abbiamo conosciuto ghetti, espulsioni, leggi razziali e faticose ricostruzioni. Ciò che ha permesso alla vita ebraica di continuare non è stata soltanto la protezione esterna, ma la capacità di una comunità di restare unita, trasmettere e ricominciare.
Lo Zohar definisce la sukkà betzila de-mehemnuta, «all’ombra della fede». Non all’ombra della certezza. La fede non elimina la fragilità dell’esistenza, ma ci insegna ad attraversarla. È una prospettiva che ritroviamo anche nella riflessione di Rav Soloveitchik ne La solitudine dell’uomo di fede: l’uomo religioso non è colui che possiede tutte le risposte, bensì colui che, nella complessità della vita, scopre una responsabilità e una vocazione.
Il Talmud descrive Israele con un’espressione semplice e profonda: maaminim benè maaminim, «credenti figli di credenti» (Shabbat 97a). Non significa essere persone che non conoscono la paura o il dolore, ma continuare a credere anche dopo aver attraversato momenti difficili.
È qui che si comprende il significato più profondo della gioia di Sukkot. La gioia della festa non nasce dall’illusione che tutto sia sotto controllo, ma dalla consapevolezza che la fragilità non deve essere affrontata da soli. La sukkà è il luogo in cui ci si raccoglie, si condivide la propria vulnerabilità e si riscopre il valore della comunità.
Una casa chiusa può proteggerci, ma può anche isolarci. La sukkà, aperta verso il cielo, ci ricorda che la vera sicurezza non consiste nell’eliminare ogni rischio, bensì nel continuare a camminare insieme sotto lo sguardo di D-o.
La sukkà non promette una vita senza fragilità. Ci insegna che proprio nella fragilità possono nascere la fede, l’appartenenza e la gioia.













