Skip to main content

Ultimo numero Luglio – Agosto 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    IDEE - PENSIERO EBRAICO

    Sukkot, la stabilità controvento

    Quando studiavo teatro, il mio maestro ci ripeteva spesso una lezione che, allora, a noi giovani studenti sembrava affascinante: la teoria dell’attore secondo Eugenio Barba, fondatore dell’Odin Teatret. Diceva che il corpo dell’attore in scena non deve mai trovare l’equilibrio comodo della vita quotidiana. Deve invece cercare un equilibrio precario, sostenuto da uno sforzo costante, da una tensione tra forze opposte. È proprio quella instabilità controllata, quel “vivere in bilico”, a generare l’energia che il pubblico percepisce come presenza scenica. L’attore fermo, comodo, “al sicuro”, non comunica nulla. È l’attore che lotta contro una forza invisibile — un vento immaginario — per restare in piedi, ed è proprio in quella lotta che diventa vivo agli occhi di chi guarda.

    Ricordo il mio maestro, Franco Ruffini, camminare tra una mattonella e l’altra, sul filo immaginario che le divideva, a piedi nudi, con i suoi sandali, che indossava anche con le temperature più rigide. Lo faceva per spiegarci questa ricerca della stabilità controvento e camminava come se fosse in equilibrio su un filo sospeso tra una montagna e l’altra, a centinaia di metri da terra.

    In questi anni difficili per tutti noi, questa lezione “laica” di Ruffini mi è tornata più volte in mente. E quando si avvicina Sukkot, ripenso a quelle parole con occhi diversi.

    La sukkà è una capanna fragile, con pareti sottili, un tetto fatto di rami attraverso cui si devono vedere le stelle, una struttura pensata per non resistere del tutto agli elementi. Eppure è lì, in quella precarietà voluta, che si celebra zman simchateinu, il tempo della nostra gioia. Non ci rifugiamo nella sukkà per sentirci al sicuro in senso assoluto: la abitiamo per ricordare che la vera stabilità ebraica non è mai stata quella delle mura spesse, ma quella di un popolo che ha imparato a restare in equilibrio anche quando il vento soffia forte, quando le bufere sono all’orizzonte e minacciano di travolgerlo.

    Quest’anno cade il terzo anniversario dal 7 ottobre. Tre anni in cui Israele ha dovuto combattere minacce esistenziali e in cui l’antisemitismo è riemerso con una violenza e una rapidità drammatiche: il vento ha cambiato direzione più volte, spesso in poche settimane, persino in pochi giorni. Per gli ebrei di tutto il mondo, la sfida è stata ancora una volta quella di conquistare continuamente la stabilità. Come l’attore di Barba, come le pareti della sukkà. Dentro il vento.

    E in questa ricerca di stabilità dinamica, il motore è l’identità ebraica: la capacità di mantenerla e di rafforzarla, in una ricerca costante, anche quando il vento vorrebbe portarla altrove o persino spazzarla via. La storia ebraica è fatta di esodi, ricostruzioni, cadute e rialzate. La stabilità si cerca, si esercita, giorno dopo giorno.

    Viviamo in un’epoca di ribaltamenti veloci della storia, in cui ciò che sembrava acquisito — la sicurezza per strada, certi ambienti un tempo amici, persino il linguaggio — può capovolgersi in un istante. E la sukkà continua a consegnarci una lezione preziosa: la stabilità non sempre nasce dalla solidità delle nostre pareti, ma dalla consapevolezza della loro fragilità. La stabilità ebraica non ha mai abitato nell’assenza di vento, ma si realizza nella capacità, rinnovata ogni giorno, di restare in piedi dentro di esso. Anche controvento.

    Chag Sameach a tutti voi.

    CONDIVIDI SU: