
Rav Beniamino Artom (Asti, 1835-1879, Londra), rabbino capo della comunità sefardita di Londra, in una sua derashà per la festa di Sukkòt, tenuta alla sinagoga di Upper Brianstone Street, il 2 ottobre 1868, aprì il suo discorso con queste parole (traduzione mia): “[Dopo il giorno di Kippur] il tempo dell’ansia è finito e ci abbandoniamo alla gioia. Ma anche questa gioia deve essere temperata e santa. A differenza di altre nazioni che, dopo una lunga serie di digiuni leggeri e atti di penitenza forzata, cercano di compensare in tutti i piaceri possibili, Israele, che è austero, sebbene moderato, nelle privazioni autoimposte, deve essere così temperato nella sua gioia da non mettere a repentaglio il merito che si è guadagnato con i suoi sforzi religiosi. […] È un tempo in cui possiamo sentire le benedizioni con cui la misericordia divina ci ha circondati, secondo la parola della Torà: “E gioirete di ogni bene che il Signore vostro Dio ha dato a voi e alla vostra casa” (Devarìm, 26:11).
Sukkòt è la festa finale dell’anno quando è terminata la stagione del raccolto. Nella Torà è scritto “Per sette giorni farai festa in onore dell’Eterno tuo Dio, nel luogo che l’Eterno sceglierà, perché ti benedirà l’Eterno nei tuoi prodotti dei campi e in tutte le tue azioni e sarai quindi completamente felice” (Devarìm, 16:15).
Riguardo alla mitzvà di abitare nella sukkà, Rav Artom disse: “Non possiamo fare a meno di rimanere colpiti dal fatto che ci venga comandato di dimorare per sette giorni in un’abitazione provvisoria, in una tenda fragile, mentre per molti altri eventi memorabili del passato si ritiene sufficiente una semplice menzione a fini commemorativi. Dio ha voluto che questa mitzvà ci ricordasse le privazioni che i nostri antenati dovettero affrontare nel deserto, sapendo che gli uomini, per loro natura, percepiscono realmente i disagi e le sofferenze patiti da altri solo se li hanno sperimentati in prima persona”.
Rav Samson Raphael Hirsch (Hamburg, 1808-1888, Frankfurt) in Collected Writings (II, p. 89) sottolinea il duplice carattere della festa di Sukkòt (traduzione mia): “La somma della saggezza della vita consiste nella consapevolezza che tutto ciò che ci circonda su questa terra – lo splendore dei palazzi, la desolazione delle capanne, le mura del castello e i cancelli delle baracche – è transitorio. Dobbiamo essere consapevoli del contrasto tra la precarietà delle strutture terrene e i valori eterni […]. La festa di sette giorni è concepita per rivelarci la duplice natura dell’uomo, fatta di forza e debolezza, di transitorietà e durata, di temporaneità ed eternità”.
Questa dualità salta all’occhio anche nella meghillà di Kohèlet (Ecclesiaste) che viene letta nelle sinagoghe proprio nello Shabbàt che cade durante la festa di Sukkòt. Questo libro esplora il senso della vita, confrontandosi con la morte, la vanità e lo scopo dell’esistenza. Sebbene suggerisca spesso che “tutto è vanità” e che “nulla è nuovo sotto il sole”, l’opera giunge alla conclusione che il fine della vita risiede nel timore di Dio e nell’osservanza delle Sue mitzvòt. In effetti è strano che proprio in questa occasione felice si legga Kohèlet che inizia con le parole: “Caducità delle caducità (havèl havalìm), tutto è caduco”. In effetti la parola “hèvel” significa letteralmente il fiato che esce dalla bocca e che se ne va in un attimo. È così che vogliamo festeggiare la festa per eccellenza? A Sukkòt riconosciamo la transitorietà del mondo fisico abitando per sette giorni nella Sukkà (capanna) che è un’abitazione provvisoria. E questo serve a rendersi conto che non dobbiamo essere troppo legati alle cose materiali.
Rav David Abudrahm (Spagna, XIV secolo) scrisse che il re Shelomò lesse di proposito per la prima volta Kohèlet a Sukkòt, proprio perché era la grande festa a conclusione dell’anno, allo scopo di evitare che troppa felicità portasse a eccessi.
Foto in copertina:
Sukkot, la Festa dei Tabernacoli, tratto dal dipinto originale di Moritz Daniel Oppenheim.
Collezione di cartoline di giudaica di Joseph e Margit Hoffman, Centro di Ricerca sul Folklore, Istituto Mandel di Studi Ebraici, Università Ebraica di Gerusalemme.













