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    ITALIA

    Fabiana Di Segni lascia il PD: “Antifascismo e antisemitismo non possono convivere”

    “Non ci si può dichiarare antifascisti e poi tollerare l’antisemitismo”. È il messaggio forte lanciato da Fabiana Di Segni all’indomani delle sue dichiarazioni con le quali informava il consiglio del municipio XI, la sua uscita dal Partito Democratico. Intervistata da Shalom, Di Segni ripercorre la sua esperienza nel partito, caratterizzata – racconta – da episodi di intolleranza, silenzi e una progressiva normalizzazione di linguaggi che considera inaccettabili.

    Quando ha iniziato a percepire un cambiamento dopo il 7 ottobre?
    Nei primissimi giorni c’era un clima di solidarietà diffusa, che però è durato molto poco. Subito dopo ho iniziato a percepire un cambiamento progressivo, fatto non tanto di episodi isolati quanto di un accumulo di segnali e, soprattutto, di indifferenza. Il disagio nasceva dal modo in cui, in alcuni ambienti politici, si parlava di Israele: non del governo o delle sue scelte, ma in maniera sempre più generalizzata, fino a coinvolgere direttamente gli ebrei.

    La critica politica ha perso progressivamente i suoi confini ed è diventata un linguaggio identitario e aggressivo, incapace di distinguere tra istituzioni e persone. Questo ha avuto anche un effetto personale: col tempo mi sono sentita identificata esclusivamente come ebrea, non più come rappresentante politica o come persona con una propria autonomia di pensiero. È stato un passaggio graduale, ma molto evidente.

    Quali episodi l’hanno colpita di più?
    Gli episodi sono stati numerosi e si sono intensificati nel tempo. Tutto è iniziato nel circolo Marconi, dove facevo parte del direttivo, con frasi come “si scrive Israele, si legge nazismo”, accompagnate da approvazioni e, soprattutto, dall’assenza di una presa di posizione chiara. Successivamente sono arrivate richieste esplicite di dimissioni, attacchi personali e un clima sempre più ostile.

    Ho deciso di scrivere una lettera ai vertici per denunciare l’impossibilità di dialogo e il clima di odio che si stava creando, ma anche in quel caso non si è aperto un vero confronto interno. Con il tempo, il linguaggio è diventato sempre più violento e disumanizzante: “meglio i maiali che i sionisti”, fino ad arrivare alla frase più grave, “Hitler avrebbe dovuto completare il lavoro”.

    Ciò che ha colpito non è stato solo il contenuto di queste frasi, ma la loro progressiva normalizzazione. Spesso venivano minimizzate, derubricate a “stupidaggini”, quando invece avrebbero richiesto una risposta netta e immediata. Non si può dichiararsi antifascisti e poi tollerare l’antisemitismo. Il punto di rottura è stato proprio rendersi conto che non si trattava più di casi isolati, ma di un clima diffuso e ormai tollerato.

    Perché ha deciso di lasciare e cosa l’ha motivata fino a quel momento a restare?
    Ho scelto di restare finché ho ritenuto che esistesse uno spazio di confronto, anche minimo. Sentivo un dovere morale preciso: non tacere, non voltarmi dall’altra parte e non accettare che l’antisemitismo potesse diventare qualcosa di normale o tollerabile. Ho cercato di mantenere una posizione lucida, difendendo la distinzione fondamentale tra critica politica e discriminazione, e provando a costruire un dialogo dentro la complessità.

    Tuttavia, a un certo punto è diventato evidente che quello spazio non esisteva più. Quando il confronto si interrompe e l’odio viene banalizzato o giustificato, restare rischia di diventare una forma di legittimazione. Per questo ho deciso di andarmene: non è stata una scelta improvvisa, ma il risultato di un percorso in cui ho resistito finché è stato possibile.

    Che responsabilità attribuisce alla leadership del partito?
    La responsabilità principale è il silenzio. Nonostante segnalazioni, incontri e una presa di posizione pubblica forte come la mia uscita, non c’è stato un dibattito reale né una condanna chiara. Le risposte sono state formali, insufficienti, e spesso limitate a dichiarazioni di circostanza.

    Ancora più significativo è stato il fatto che, anche dopo la mia uscita, non ci sia stato alcun commento da parte dei vertici. Questo silenzio dà l’impressione di una scelta precisa: non affrontare il problema. Ed è proprio questa mancanza di assunzione di responsabilità che rende il clima ancora più difficile.

    Cosa dovrebbe fare il partito per cambiare rotta?
    Per prima cosa, dovrebbe riconoscere apertamente il problema. Non bastano dichiarazioni generiche: serve aprire un confronto vero, strutturato e continuo sul tema dell’antisemitismo e più in generale sull’uso del linguaggio politico. Sarebbe necessario investire nella formazione di dirigenti e iscritti, creare spazi di discussione reale e prevedere anche strumenti concreti, inclusi eventuali provvedimenti disciplinari, per contrastare episodi di odio.

    Inoltre, sul tema del Medio Oriente, è fondamentale recuperare la complessità. Non si può ridurre tutto a una narrazione unilaterale o ideologica: criticare un governo è legittimo, ma non può trasformarsi in una delegittimazione di un intero popolo. Bisogna riconoscere tutte le responsabilità e tutti gli attori coinvolti, senza semplificazioni. Quando si cancella una parte della realtà, il dibattito smette di essere politico e diventa propaganda. Ed è proprio in quel terreno che fenomeni come l’antisemitismo trovano spazio e legittimazione.

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