
C’è una tensione che attraversa oggi il mondo dei giovani ebrei: da una parte la paura crescente, dall’altra una sorprendente fiducia nella possibilità di incidere sul futuro. Queste due tendenze non si escludono, ma sembrano alimentarsi a vicenda. A mettere a fuoco questa dinamica è una ricerca effettuata dalla Jewish Agency, che restituisce l’immagine di una generazione profondamente segnata dagli eventi del 7 ottobre e, allo stesso tempo, attraversata da un’inattesa speranza.
Secondo il rapporto, il 74% dei giovani ebrei nel mondo ritiene di poter esercitare un’influenza positiva sul futuro, mentre cresce in parallelo il livello di preoccupazione per l’antisemitismo e per il clima ostile nei confronti di Israele. Una combinazione che ha sorpreso gli stessi analisti. “Sapevamo che si trattasse di una tendenza, ma siamo rimasti davvero sorpresi dai dati”, ha osservato Shelley Kedar, chief impact officer della Jewish Agency.
L’impressione, confermata anche dalle testimonianze raccolte, è che il 7 ottobre sia stato uno spartiacque, un fattore di attivazione per il quale il rapporto con Israele e con l’ebraismo ha smesso di essere percepito come una componente accessoria. Invece, sempre più spesso emerge come un elemento centrale, una presenza quotidiana e una questione molto personale, capace di incidere sulle relazioni e sulle forme di partecipazione pubblica.
“L’idea che l’antisemitismo sia una costante inevitabile della storia viene messa in discussione, non perché sia falsa, ma perché rischia di indebolire la risposta. In ogni generazione ci siamo opposti ai nostri nemici”, ricorda Kedar, spostando l’attenzione dalla persecuzione alla reazione. La Jewish Agency sta anche cercando di incanalare questa energia in una serie di interventi mirati, che spaziano dal rafforzamento del legame educativo e culturale con Israele al sostegno delle comunità più esposte, fino alla promozione della resilienza e della sicurezza a livello globale.
Sul fondo rimane una consapevolezza che il 7 ottobre ha reso più esplicita: il rapporto con Israele richiede un coinvolgimento continuo e non può essere considerato acquisito una volta per tutte. “Non possiamo dare Israele per scontato”, afferma Kedar, richiamando l’idea di una responsabilità condivisa che riguarda l’intero mondo ebraico. Allo stesso tempo, questo rinnovato senso di connessione non si deve tradurre in un’adesione priva di interrogativi. Nelle parole della stessa Kedar, “non è né ingenuo né superficiale”, ma si configura piuttosto come un legame consapevole, capace di tenere insieme partecipazione e spirito critico, appartenenza e iniziativa.















