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    Cultura

    Theodor Herzl, Vecchia Terra Nuova

    La nuova edizione di Altneuland (Vecchia Terra Nuova), pubblicata da Castelvecchi e curata da Roberta Ascarelli, offre l’occasione per rileggere un testo che, a oltre un secolo dalla sua uscita, continua a sottrarsi a una definizione univoca.

    Scritto nel 1902 da Theodor Herzl, appena due anni prima della sua morte, il romanzo porta con sé una qualità che colpisce ancora il lettore contemporaneo. Si tratta di una tensione visionaria che non coincide con la profezia, ma con una forma di progettualità immaginativa. Herzl non “prevede” il futuro, piuttosto lo costruisce come possibilità narrativa, traducendo un progetto politico in un mondo coerente, descritto nei suoi aspetti morali, sociali ed economici. In questo senso, ridurre Altneuland a utopia, come è stato occasionalmente fatto in passato, significherebbe trascurarne la dimensione progettuale e la sua incidenza storica. Il testo, che oscilla tra romanzo, manifesto e laboratorio sperimentale, infatti, pur avvicinandosi per certi aspetti alle utopie classiche del Novecento, se ne distingue per una concretezza quasi programmatica.

    La struttura narrativa del romanzo è semplice e, proprio per questo, efficace. Herzl mette in scena la storia di due europei colti e raffinati che, dopo un lungo isolamento su un’isola durato vent’anni, fanno ritorno in Terra promessa costatandone la radicale trasformazione. Il contrasto tra “prima” e “dopo” costituisce il motore del racconto. La terra, inizialmente descritta come marginale e incolta, appare ora come uno Stato moderno e tecnologicamente avanzato, attraversato da reti infrastrutturali efficienti, sostenuto da un sistema cooperativo e dotato di istituzioni democratiche solide. Herzl insiste su dettagli che rivelano la natura concreta della sua visione come i trasporti elettrificati, le università e i centri culturali, una lingua ebraica restituita all’uso quotidiano e i sistemi di irrigazione avanzati. Ed è proprio su questo ultimo aspetto, così emblematico della sua idea di rinascita, che vale la pena soffermarsi, riportando una citazione tratta dal libro: “… ogni goccia che cade dal cielo era utilizzata per il benessere di tutti. E fu così che latte e miele ripresero a scorrere e la vecchia terra nuova degli ebrei divenne ciò che era sempre stata: la Terra Promessa!”.

    Non si tratta di premonizioni da parte del leader del movimento sionista, ma di elementi che troveranno, almeno in parte, una realizzazione storica nel corso del Novecento. In questo senso, la dimensione “anticipatrice” del romanzo, resa ancora più significativa dalla data di composizione, non va letta in chiave profetica, ma come esito di una costruzione immaginativa capace di orientare l’azione politica. Questa funzione performativa della narrazione lo rende un testo unico nel suo genere, più vicino, per certi versi, alle distopie speculative del XX secolo che, pur in senso opposto, mostrano come la letteratura possa incidere sulla percezione e sulla costruzione del reale.

    Eppure, è nello scarto tra visione e storia che Altneuland acquista la sua densità critica. L’armonia tra ebrei e arabi, la convivenza pacifica e l’assenza quasi totale di conflitto armato delineano un orizzonte etico che la realtà non ha confermato. Questo elemento, lungi dall’indebolire il testo, ne costituisce uno dei principali nuclei di riflessione.

    Riletto oggi, il romanzo di Herzl assume una connotazione eccezionale che lo rende un vero e proprio esperimento letterario, capace di trasformare un’idea in racconto e il racconto in possibilità storica, consentendo anche di ripensare alcuni tratti originari della storia del sionismo. È forse questo il suo lascito più duraturo: non aver previsto il futuro, ma aver contribuito, in modo decisivo, a renderlo immaginabile.

    Save the date: martedì 29 settembre il Centro di Cultura Ebraica presenta con il Pitigliani Altneuland, in un incontro con la curatrice Roberta Ascarelli.

    Giorgia Calò

    Direttore del Centro di Cultura Ebraica

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