
Guardare Israele all’Eurovision negli ultimi due anni non è stato, per molti ebrei europei, soltanto guardare una gara musicale. È stato guardare dei ragazzi giovani salire su un palco sapendo che sarebbero stati accolti anche dai fischi. Sapendo che ogni sorriso sarebbe stato giudicato, che ogni parola sarebbe diventata una polemica e che la loro sola presenza avrebbe infastidito qualcuno. Eppure hanno cantato lo stesso. Ed è forse proprio questo il punto che più colpisce; perché oggi molti ebrei in Europa vivono una sensazione difficile da ignorare: quella di non essere realmente desiderati. In molti abbiamo la percezione che, in certi ambienti, l’ebreo sia tornato ad essere una presenza scomoda.
Negli ultimi mesi abbiamo visto studenti insultati, ristoranti vandalizzati, le nostre sinagoghe sempre più bisognose di protezione, persone che hanno paura di parlare ebraico per strada o di mostrare una Stella di David. E in questo clima, vedere un cantante israeliano salire su un palco europeo diventa qualcosa di simbolico, perché non rappresenta più solo uno Stato, rappresenta la capacità di continuare ad esistere pubblicamente, di continuare a cantare, sorridere e perchè no gioire e divertirsi. E forse è proprio la gioia la cosa che più disturba l’odio.
C’è qualcosa di profondamente ebraico nel riuscire a cantare anche quando attorno ci sono ostilità e rumore. La storia ebraica è piena di momenti in cui la sopravvivenza non è stata soltanto fisica, ma spirituale: la capacità di non lasciare che la paura definisse completamente l’identità. Ed è qui che tutto si collega a Shavuot.
Shavuot non è una festa “silenziosa”. È il momento in cui il popolo ebraico riceve la Torah davanti al monte Sinai, insieme, pubblicamente, con voce, suono e presenza. Secondo la tradizione, la rivelazione avviene tra tuoni, lampi e il suono dello shofar. Non c’è nulla di nascosto in quel momento.
Essere ebrei significa anche questo: avere il coraggio di portare la propria voce nel mondo anche quando il mondo non sempre ha voglia di ascoltarla.
La Torah non viene data a un popolo perfetto, né a un popolo amato da tutti. Viene data a un popolo che dovrà imparare a rimanere sé stesso attraversando la storia. E forse oggi, guardando quei ragazzi israeliani sul palco dell’Eurovision, molti hanno riconosciuto proprio questo quella forza di salire su un palco europeo, circondati da accuse, tensioni e odio, e scegliere comunque di cantare una canzone. Di vestirsi bene. Di emozionarsi. Di vivere. Ed è forse questo uno degli insegnamenti più profondi di Shavuot: la voce ebraica esiste per essere trasmessa. Nonostante tutto.
Per accompagnare questo pensiero ho scelto i blintzes, uno dei dolci simbolo di Shavuot. Sottili, delicati, quasi fragili all’apparenza — eppure capaci di racchiudere un ripieno ricco e dolce.
Blintzes al miele e pistacchio
Ingredienti per le crêpes:
- 2 uova
- 250 ml di latte
- 100 g di farina
- 1 cucchiaio di zucchero
- 1 pizzico di sale
- 20 g di burro fuso
- Per il ripieno:
- 250 g di ricotta
- 150 g di formaggio spalmabile
- 3 cucchiai di miele
- scorza di limone
- vaniglia
Per servire:
- miele caldo
- pistacchi tritati
- frutti rossi
Preparazione:
Preparate una pastella liscia e lasciarla riposare almeno 20 minuti. Cuocete delle crêpes sottilissime in una padella leggermente imburrata. Mescolate gli ingredienti del ripieno fino ad ottenere una crema morbida. Farcite ogni crêpe e chiudetela piegando i lati verso l’interno. Rosolate i blintzes pochi minuti in padella con poco burro fino a doratura.
Servite con miele caldo, pistacchi e frutti rossi.
Illustrazione: Ludovica Anav















