
Israele: un paese che affaccia sul Mediterraneo ma che non ha mai potuto partecipare alla manifestazione sportiva nata proprio per riunire i Paesi rivieraschi. Una vicenda cominciata nel 1951, diventata esplicita nel 1955 e mai davvero risolta. Anche Taranto 2026 si svolge senza la delegazione israeliana. È un dettaglio storico o un caso emblematico di doppio standard? C’è una domanda che accompagna, in modo quasi paradossale, la ventesima edizione dei Giochi del Mediterraneo: come è possibile che Israele, uno dei Paesi che si affacciano sul Mediterraneo, non abbia mai partecipato alla manifestazione sportiva nata per riunire proprio i popoli e i Paesi del Mediterraneo?
I Giochi del Mediterraneo sono nati nel 1951 ad Alessandria d’Egitto. La prima edizione vide la partecipazione di 734 atleti provenienti da dieci Paesi. Da allora la manifestazione è diventata uno degli appuntamenti multisportivi più importanti dell’area mediterranea, capace di coinvolgere nel corso dei decenni migliaia di atleti e numerosi campioni di livello internazionale. L’edizione di Taranto, la ventesima, è in corso dal 21 agosto al 3 settembre 2026 e coinvolge 26 comitati olimpici e un programma di 27 discipline olimpiche oltre ad alcune discipline non olimpiche. Eppure, nella lunga storia dei Giochi, manca sistematicamente una bandiera: quella israeliana.
La vicenda richiede una precisazione storica. Nel 1951 Israele non fu invitato ai primi Giochi di Alessandria. A quel tempo il Comitato olimpico israeliano non era ancora stato riconosciuto dal Comitato Olimpico Internazionale: il riconoscimento sarebbe arrivato nel 1952. Da questo punto di vista, dunque, non si può parlare semplicemente di una decisione presa nel 1951 per escludere Israele in quanto tale. Ma la questione diventò inequivocabile pochi anni dopo. Nel 1955, in occasione dei Giochi di Barcellona, il nuovo Comitato olimpico israeliano fu invitato a partecipare. I Paesi arabi si opposero categoricamente alla presenza israeliana e la Spagna finì per ritirare l’invito. La motivazione ufficiale fu che ai Giochi avrebbero dovuto partecipare soltanto i Paesi presenti nella prima edizione di Alessandria e che Israele, non avendo partecipato nel 1951, non avrebbe avuto titolo per essere invitato.
Una giustificazione che però presentava una vistosa contraddizione: altri Paesi che non avevano partecipato alla prima edizione potevano prendere parte ai Giochi di Barcellona. La stampa dell’epoca riportò inoltre le accuse israeliane e statunitensi secondo cui il ritiro dell’invito era stato provocato dalla pressione egiziana e araba. Il punto politico, insomma, era difficilmente occultabile dietro una questione regolamentare.
Quello che colpisce, guardando la vicenda a distanza di 75 anni, è che lo sport non riuscì a sottrarsi alla politica. Nel 1959 i Giochi arrivarono a Beirut. La questione israeliana si ripresentò e gli organizzatori mantennero l’esclusione. La Federazione internazionale di atletica leggera arrivò a esercitare pressione affinché agli israeliani fosse consentito di gareggiare nell’atletica. Il compromesso fu singolare: le competizioni di atletica furono organizzate separatamente, fuori dal programma ufficiale dei Giochi. Anche il CIO, inizialmente, non volle assumere una posizione decisiva. Nel 1955 il presidente Avery Brundage sostenne che gli organizzatori dei Giochi regionali fossero liberi di invitare o escludere i Paesi.
Ma negli anni successivi qualcosa cambiò. Nel 1975 il CIO arrivò a ritirare il proprio sostegno ai Giochi assegnati ad Algeri proprio a causa del rifiuto di invitare Israele. La manifestazione fu quindi riassegnata e si svolse a Spalato nel 1979. È un passaggio significativo: la stessa organizzazione olimpica che negli anni Cinquanta aveva lasciato sostanzialmente irrisolta la questione, negli anni Settanta riconobbe che un’esclusione motivata politicamente poneva un problema alla natura stessa della manifestazione.
Il paradosso diventa ancora più evidente osservando la composizione dei Giochi contemporanei. La manifestazione non è semplicemente una competizione tra Paesi arabi. Partecipano nazioni europee, nordafricane e mediorientali. Italia, Francia, Spagna, Grecia, Turchia, Croazia, Slovenia, Serbia, Montenegro, Malta e altri Paesi condividono la competizione con Algeria, Egitto, Tunisia, Marocco, Libano, Libia e Siria. Nel 2022, ai Giochi di Orano, erano presenti 26 Paesi e circa 3.500 atleti. Israele e gli atleti palestinesi erano entrambi assenti. Un’analisi accademica dedicata alla storia dei Giochi ricostruisce proprio il tentativo, dopo gli accordi di Oslo del 1993, di arrivare all’integrazione dei comitati olimpici israeliani e degli atleti palestinesi. Nel 1997 il Comitato internazionale dei Giochi del Mediterraneo si pronunciò a favore dell’integrazione, ma il processo di pace si arrestò e anche quel tentativo fallì.
Il risultato è che Israele non ha mai potuto partecipare a una sola edizione dei Giochi del Mediterraneo. Né ad Alessandria, né a Barcellona, né a Beirut, né a Napoli, né a Bari, né nelle successive edizioni. È proprio questo il punto che meriterebbe una discussione pubblica più ampia. Si può naturalmente sostenere che la storia dei Giochi del Mediterraneo sia il prodotto di una particolare situazione geopolitica e che l’esclusione israeliana debba essere letta nel contesto del conflitto arabo-israeliano. Ma resta un fatto: per decenni la volontà di alcuni Paesi arabi di non gareggiare insieme agli israeliani ha finito per determinare chi potesse essere considerato parte della comunità sportiva mediterranea.
E ciò è avvenuto nonostante Israele sia, geograficamente e storicamente, un Paese mediterraneo. Quando si parla di Olimpiadi e di grandi competizioni internazionali, viene normalmente ribadito che lo sport dovrebbe essere separato dalla politica, che gli atleti non devono essere penalizzati per le decisioni dei governi e che le competizioni sportive possono rappresentare uno spazio di incontro anche tra Paesi in conflitto.
Tuttavia, l’esclusione di Israele non è stata determinata soltanto dall’opposizione dei Paesi arabi. È stata resa possibile anche dall’accettazione, o quantomeno dall’assenza di una reazione sufficientemente forte, da parte delle istituzioni sportive e dei Paesi europei organizzatori. La Spagna nel 1955 ritirò l’invito israeliano dopo le pressioni arabe. L’Italia ha ospitato i Giochi più volte — Napoli nel 1963, Bari nel 1997 e ora Taranto nel 2026 — senza che la questione sia mai stata risolta. Nel 1997, proprio a Bari, si tentò di modificare lo status di Israele e degli atleti palestinesi, ma il progetto non arrivò alla partecipazione effettiva israeliana.
Nel 2026, mentre Taranto ospita la ventesima edizione dei Giochi, i 26 comitati olimpici presenti continuano a non comprendere quello israeliano. È dunque legittimo chiedersi perché questa storia riceva così poca attenzione nel dibattito pubblico italiano. La questione non richiede necessariamente di prendere posizione su ogni aspetto del conflitto in Medio Oriente. Se lo sport deve essere un luogo nel quale la politica non può decidere chi è degno di competere, allora questo principio deve valere anche per Israele. E rimane una domanda difficilmente eludibile: come può definirsi “mediterranea” una manifestazione che, dalla sua nascita nel 1951, non ha mai consentito di partecipare a uno degli Stati che si affacciano sul Mediterraneo?














