
Il bombardamento di Idlib
È passato qualche giorno dal bombardamento dell’aeroporto militare di Abu Al Dahur, nella provincia di Idlib, ma le conseguenze di questo fatto restano importanti. All’inizio l’attacco alle piste dell’aeroporto, di impatto poco più che simbolico, non era stato rivendicato, ma dopo una protesta siriana che identificava Israele come il suo autore, il ministro della difesa Katz ne ha rivendicato la responsabilità. Idlib è una città nell’estremo nordovest della Siria, a una decina di chilometri dal confine della Turchia. Di qui era partita due anni fa la fulminea avanzata che ha portato Tahir al Sham (nome di battaglia Al Jolani) a prendere il potere in Siria l’8 dicembre 2024. Jolani oggi si presenta in abito scuro ministeriale ed è bene accolto in mezzo mondo, vanta le amicizie di Trump e di Macron, del segretario dell’Onu Guterres e del principe ereditario d’Arabia bin Salman; ma non bisogna dimenticare che è stato un comandante militare dell’Isis e soprattutto che la sua rapidissima marcia è stata dovuta all’appoggio turco. E nel caso dell’aeroporto di Abu Al Dahur è chiaro che il problema per Israele non è la Siria ma proprio la Turchia, o meglio l’apertura di una collaborazione e perfino di un’integrazione militare fra Siria e Turchia, che nonostante le smentite siriane era da tempo in atto in quella base, ma che già si estende nelle zone curde al nordest della Siria e soprattutto in quelle delicatissime a sud di Damasco, verso i confini con la Giordania e con Israele. Qui già da un anno lo stato ebraico ha allestito una zona cuscinetto in difesa della minoranza drusa e soprattutto dei villaggi del Golan che ancora la Siria rivendica dopo averli persi nella guerra d’aggressione del 1967.
L’ostilità della Turchia
Il primo ministro Netanyahu ha commentato la situazione dichiarando che dopo il 7 ottobre Israele non intende più accettare la concentrazione di forze ostili ai suoi confini. In effetti la Turchia è oggi lo stato più ostile a Israele. Dopo l’Iran, naturalmente. E però il regime degli ayatollah, nonostante i temporeggiamenti di Trump e la sfrontata propaganda dei media “progressisti” d’Europa e degli Usa, sta lentamente perdendo la guerra, soffocato dal blocco economico e dall’accerchiamento militare americano e isolato dalla sua inconsulta aggressività. L’ostilità turca non è solo propagandistica, anche se non si contano le dichiarazioni in cui Erdogan e i suoi ministri proclamano Israele Stato “genocida” e “illegittimo” e asseriscono che presto quel territorio dovrà tornare nel nuovo impero ottomano che è il loro obiettivo politico. Il ministro dell’interno turco Mustafà Ciftici ha addirittura dichiarato lo scorso 6 giugno di sperare di diventare presto il “governatore di Gerusalemme”. Al di là delle parole, però, la Turchia è da sempre la base privilegiata e il finanziatore delle “flottiglie” (a partire da quella della Mavi Marmara del 2010); è oggi la sede principale del centro estero di Hamas; organizza e alimenta l’azione anti-israeliana fra gli arabi di Gerusalemme e di Giudea e Samaria; ha appena emesso un suo mandato di cattura nazionale contro Netanyahu e i responsabili della difesa israeliana; ha contestato sul piano politico l’intesa fra Israele e Cipro per lo sfruttamento delle risorse di idrocarburi nella piattaforma marina fra i due paesi e spedito più volte la sua marina a bloccare le perforazioni e ad affrontare le navi militari israeliane; sta investendo ben al di là delle risorse della sua economia in crisi per acquistare armi che minacciano lo stato ebraico (fra l’altro gli F35 che sembra averle promesso e poi negato) e ora cerca di portarle al ridosso del suo confine grazie al rapporto privilegiato con Al Jolani. Sul piano puramente quantitativo la Turchia è più potente di Israele, occupando il nono posto della classifica internazionale delle forze militari, mentre lo stato ebraico è quindicesimo.
Il patto della Mecca
Nelle ultime settimane è emersa una novità potenzialmente ancora più preoccupante. Il 7 agosto scorso, nel contesto altamente simbolico della città che è il centro religioso dell’Islam, la Mecca, Arabia Saudita, Turchia e Pakistan hanno firmato un accordo tanto impegnativo da ricordare a molti commentatori quello che ha fondato la Nato, impegnandoli alla solidarietà non solo politica ma anche militare, con la clausola che un paese che si dichiarasse aggredito dovrebbe poter contare sull’aiuto automatico degli altri due – o di tutti gli altri aderenti, visto che il patto è aperto ad altri stati islamici, anche se finora nessuno si è fatto avanti, e anzi l’Egitto esplicitamente invitato ha fatto sapere di non intendere associarvisi almeno per il momento. Ma l’asse è già molto potente, visto che l’Arabia dispone di grandi ricchezze, il Pakistan ha la bomba atomica e la Turchia un esercito numeroso e potentemente armato. Il patto della Mecca è insomma il contraltare dei “patti di Abramo”, in cui Trump cerca da tempo di includere proprio l’Arabia. Ma è chiaro che il suo senso è di cercare di bloccare la crescente influenza di Israele nel Medio Oriente dopo la sua vittoriosa reazione all’aggressione del 7 ottobre.
Le contromosse di Israele
Israele non ha reagito contro il Pakistan, che è troppo lontano, se non riaffermando la sua alleanza con l’India; per quanto riguarda l’Arabia lo stato ebraico conta sull’alleanza tacita contro l’Iran e gli Houti, che sono nemici comuni; e sui progetti di sviluppo economico connessi alla “via del cotone”, un percorso di terra che dovrebbe connettere l’Oriente e l’Europa evitando i pericoli del Golfo Persico e del Mar
Rosso. Inoltre ha reso pubblico il suo importante legame con il Somaliland che fronteggia la parte dello Yeman dominata dagli Houti all’imbocco del Mar Rosso. All’attivismo turco ha risposto stringendo un patto con i due tradizionali nemici mediterranei della Turchia, la Grecia e Cipro (il cui territorio è stato a metà invaso ed è ancora occupato dalla Turchia con un’occupazione di cui stranamente non si occupa nessun militante anti-imperialista e neanche l’Unione Europea, di cui Cipro è membro). Sulla carta si tratta di un’alleanza assai più debole del patto della Mecca, anche se la Grecia si sta riarmando per fronteggiare proprio la minaccia turca. Ma sul piano economico e geopolitico si tratta della porta orientale dell’Europa e ciò avrà un peso non indifferente nel prossimo futuro. Netanyahu inoltre è riuscito almeno in parte a bloccare la mal riposta simpatia di Trump per Erdogan, impedendo che il riarmo turco comprendesse i sistemi d’arma più avanzati. L’ultimo atto di questa tensione è proprio il bombardamento dell’aeroporto turco: un messaggio alla Siria, ma anche alla Turchia che Israele intende far rispettare le sue linee rosse e non assisterà inerte alla preparazione di una nuova aggressione.














