
Il drammatico episodio sul volo diretto da Dubai a Tel Aviv ha riportato al centro dell’attenzione la sicurezza del trasporto aereo e, più in generale, la vulnerabilità dell’Occidente davanti alla minaccia terroristica. Nel suo articolo, la giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein ha definito la vicenda “l’11/9 di Israele sventato dagli eroi”, sottolineando il ruolo decisivo avuto dai passeggeri israeliani e dal personale di bordo.
Che cosa ha colpito maggiormente di questa vicenda?
Una caratteristica che considero davvero unica è il modo in cui si sono comportati i circa 150 israeliani destinati, in quel momento, a una morte che sembrava ormai inevitabile. L’aereo era praticamente precipitato, aveva perso una quota enorme, eppure queste persone hanno reagito. È un fatto straordinario anche dal punto di vista della capacità di sopravvivenza. Quello che è accaduto mostra una caratteristica molto particolare di Israele: di fronte a un pericolo immediato, la reazione non è quella di arrendersi all’inevitabile, ma di cercare una strada per sopravvivere.
La reazione richiama quella di chi è abituato a essere un soldato. Che cosa significa?
Non significa affatto che gli israeliani siano militaristi. Significa che in Israele esiste una cultura della responsabilità e della protezione della propria famiglia e del proprio Paese. Anche una persona completamente normale, quando si trova davanti a un pericolo di vita, può reagire con una rapidità e una determinazione sorprendenti.
Uno di coloro che si è precipitato nella cabina di pilotaggio, per esempio, è un idraulico. Ma quell’idraulico fa anche il servizio di riserva, il miluim. Una famosa canzone israeliana recitava “Mia sorella è un’infermiera e ha prestato servizio sul campo”. In Israele può capitare che una maestra, un medico, un professionista qualunque si trovi a dover assumere, in una situazione drammatica, una responsabilità straordinaria. È una condizione che nasce dalla consapevolezza che, quando si è chiamati a proteggere la propria famiglia e il proprio Paese, bisogna essere pronti a farlo.
Questa vicenda pone anche una questione più generale sulla sicurezza degli aeroporti?
Certamente. Il problema è che il mondo dell’aviazione è diventato un’enorme rete globale. Tutti possono entrare, uscire, viaggiare, pilotare. L’aria è una dimensione difficilissima da controllare e il problema non riguarda soltanto Israele. Già il massacro di Lod del 1972, con 26 vittime, contribuì a cambiare radicalmente il modo in cui venivano concepiti i controlli negli aeroporti. Da allora abbiamo costruito una vera e propria giungla di sistemi di controllo, dei bagagli e dei documenti. Ma episodi come questo ci ricordano che esiste una vulnerabilità che non può essere eliminata completamente.
C’è dunque un limite alla possibilità di prevenire un attacco concepito dall’interno di un aereo?
È estremamente difficile prevenire un gesto individuale quando una persona riesce ad arrivare in una posizione dalla quale può mettere in pericolo centinaia di vite. La storia dell’aviazione ci ha mostrato diversi casi nei quali un singolo individuo ha trasformato un aereo in un’arma contro i passeggeri. In questo caso, però, c’è stata anche una grande fortuna. E c’è stata una capacità di reazione straordinaria. Una delle persone coinvolte aveva visto in una serie televisiva una situazione simile e aveva capito come tentare di riportare l’aereo in quota. Sono elementi che sembrano quasi incredibili, ma che insieme hanno contribuito a evitare una tragedia.
C’è un legame tra questa capacità di reagire e ciò che è accaduto il 7 ottobre?
Sì, in parte. Di fronte a un pericolo enorme, la reazione del popolo ebraico è spesso quella di cercare una strada anche quando tutto sembra perduto. È una caratteristica che possiamo ritrovare, con tutte le differenze del caso, anche nella storia della Shoah: dopo una tragedia che sembrava destinare il popolo ebraico alla morte e alla cancellazione, siamo riusciti a ricostruire e a creare uno Stato.
Anche in questa vicenda c’è qualcosa di simbolico: un gruppo di persone apparentemente normali, in vacanza con i propri bambini, si trova davanti alla possibilità concreta della morte e reagisce facendo cose straordinarie.
Qual è allora la lezione più importante di questa vicenda?
Che di fronte a tragedie che sembrano dirci che siamo destinati alla morte, possiamo ancora trovare una strada. Questo è ciò che hanno fatto quelle persone sull’aereo.
C’è poi anche una lezione sulla responsabilità. Quando si affidano a qualcuno le vite di centinaia di persone, la selezione e i controlli devono essere estremamente rigorosi. Non possiamo pensare che bastino i controlli dei bagagli o dei documenti: bisogna interrogarsi anche sulle persone che hanno accesso ai luoghi e ai ruoli più delicati.
Questo episodio ci ricorda quanto sia fragile il nostro mondo. Ma ci ricorda anche che, in condizioni drammatiche, la capacità umana di reagire può essere straordinaria. E che, come ho sentito dire con un sorriso, se hai paura di volare, cerca sempre di sederti vicino a un israeliano. Questa è una parabola che il mondo deve imparare di nuovo. Pensiamo a come, solo pochi giorni fa, Israele ha aiutato il Regno Unito a scoprire e disinnescare un terribile attentato in preparazione. Eppure, proprio quel Paese ha colpito lo Stato ebraico con misure vergognose. Si chiama antisemitismo, una malattia mortale che sta infettando largamente anche l’Italia.













