
Chi pensa alla ketubbà — il tradizionale contratto matrimoniale ebraico — come a un freddo documento burocratico, farebbe bene a visitare le sale del Museo Ebraico di Roma. Qui è custodito un capolavoro del 1793 che racconta una storia di amore, integrazione e incredibile audacia culturale. Parliamo della ketubbà riccamente decorata realizzata per le nozze tra Mordekhai Rosselli e Khannà Di Porto celebrate a Roma il 27 novembre di quell’anno.
Fino alla fine del Rinascimento, le cose erano molto diverse. Le ketubbot erano spartane, prive di fronzoli e, soprattutto, invisibili: venivano consegnate alla sposa arrotolate e nessuno le mostrava al pubblico durante la cerimonia.
Dal Seicento in poi, però, nel ghetto di Roma cambia qualcosa. Gli ebrei romani, immersi nella sfarzosa capitale del cattolicesimo e del Barocco, seppur vessati dalle pesanti prescrizioni papali, decidono di far parlare i propri contratti attraverso le immagini. Ed è qui che scatta il cortocircuito culturale: per celebrare l’unione tra un uomo e una donna, gli artisti ebrei iniziano a copiare i simboli visivi dell’arte cristiana.
L’elemento forte di questa rivoluzione visiva è l’allegoria della “Concordia Maritale”. Dipinta nella parte superiore di questo contratto, all’interno di una cornice dorata e circondata da paesaggi bucolici, questa immagine diventa un vero e proprio “manifesto” del matrimonio perfetto.
L’iconografia, ripresa direttamente dall’Iconologia di Cesare Ripa del 1611 (il manuale d’arte più famoso dell’epoca), è potentissima: lo sposo (in tunica rossa) e la sposa (in abito fluttuante azzurro e giallo) sono dipinti l’uno di fronte all’altra, uniti al collo da un’unica catena d’oro. Da questa catena pende un ciondolo a forma di cuore fiammeggiante, che i due sposi sorreggono insieme.
Il messaggio è immediato per chiunque guardi il documento: il matrimonio è una fusione totale, un “accordo di cuori” (dal latino cum cordis), dove il cuore come vaso fiammeggiante è sinonimo di amore «perché la Concordia nasce dall’amore scambievole», scriveva il Ripa, «col quale s’assomiglia al fuoco materiale, per essere fatto di calore interiore dell’anima». La catena d’oro non è un simbolo di prigionia, ma il legame indissolubile dell’amore, che solo la morte potrà spezzare.
La vera sorpresa per gli storici è il coraggio ideologico dietro queste scelte. Per la religione cristiana, l’immagine della “Concordia Maritale” incarnava il dogma del matrimonio come sacramento e del divieto assoluto di divorzio. L’ebraismo, al contrario, prevede legalmente la possibilità di separarsi. Eppure, le famiglie ebraiche di Roma scavalcarono i confini teologici, innamorandosi della bellezza e del valore universale di quel simbolo, perfetto per augurare una vita di armonia alla nuova coppia.
A rafforzare il messaggio di exemplum virtutis veicolato dalle immagini dipinte sul contratto, nelle sezioni laterali della pergamena del 1793 compaiono le personificazioni delle virtù necessarie per far durare l’unione: la Giustizia e la Temperanza, per garantire equilibrio e moderazione nelle dinamiche quotidiane; la Pudicizia, simbolo di castità e dedizione alla casa, spesso rappresentata (pur con qualche licenza poetica degli artisti) attraverso veli e colombe; la Speranza e la Fortezza, necessarie per affrontare insieme le avversità del destino. Per essere sicuri che tutti capissero, i loro nomi vennero scritti sul piedistallo direttamente in italiano, e non in ebraico.
Un mix unico di identità e contaminazione che trasforma una pergamena di fine Settecento nel più romantico dei manifesti culturali.
Olga Melasecchi
Direttrice Museo Ebraico di Roma
Foto in copertina: Ketubbà di Mordekhai Rosselli e Khanna Di Porto, acquerello e inchiostro su pergamena ovina, Roma, 27 novembre 1793, Museo Ebraico di Roma, inv. 2371. Donata nel 2014 dalla famiglia di Clotilde Tagliacozzo in Piperno in memoria del padre Angelo Tagliacozzo e della madre Fortunata Di Porto. Foto di Giorgio Benni, copyright Museo Ebraico di Roma














