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    Cultura

    Sotto l’Arco di Tito: Rav David Prato e il cammino della rinascita. Roma, 1947

    “Oggi siamo qui e portiamo segni di vitalità, riuscendo a capovolgere il senso di questo luogo e della storia” — Rav David Prato sotto l’Arco di Tito, 1947.

    Immagina Roma, 1947. La guerra è finita da appena due anni, le ferite sono ancora aperte, ma c’è qualcosa nell’aria che sa di rinascita. Ed è proprio in questo momento che succede qualcosa di straordinario: una marcia solenne attraversa l’Arco di Tito. Ma stavolta nella direzione opposta.

    Rav David Prato (Livorno, 8 gennaio 1882 – Roma, 6 marzo 1951) non è solo un rabbino. È il simbolo della resistenza spirituale, della resilienza di un popolo che si rialza dopo l’abisso.

    Le radici: Livorno, terra di identità

    Cresciuto in un ambiente dove l’identità nazionale ebraica respirava insieme a una rigorosa osservanza religiosa, Prato assorbe fin da giovane quella doppia fedeltà che segnerà tutta la sua vita: all’Italia e alla tradizione ebraica. La sua formazione rabbinica e umanistica lo plasma in un leader completo, capace di parlare al cuore e alla mente.

    Il rabbino che conquistò l’Egitto

    Nel 1927 approda ad Alessandria d’Egitto, dove le sue doti oratorie e organizzative lo rendono una figura di spicco. Ma è nel 1937 che arriva la chiamata che cambierà tutto: Roma lo vuole come Rabbino Capo.

    Il timing? Tragico.

    Sono gli anni delle leggi razziali, delle persecuzioni, del buio più fitto. Prato si trova a guidare la sua comunità proprio mentre il mondo intorno crolla.

    L’esilio: Terra d’Israele chiama

    Costretto a fuggire durante la guerra, Prato non si arrende. Anche dall’esilio in Terra d’Israele continua a essere una guida per i profughi, un punto di riferimento spirituale che non spezza mai il filo con l’Italia. Il legame con la patria resta vivo, pulsante, indissolubile.

    Il ritorno: ricostruire dalle ceneri

    Finita la guerra, torna. Roma è devastata, la comunità ebraica decimata dalla Shoah. Servono mani forti e cuore grande per ricominciare. Prato diventa il simbolo della ricostruzione morale e materiale degli ebrei italiani.

    1947: capovolgere la storia

    Ed ecco il momento iconico, quello che resta scolpito nella memoria collettiva.

    Nel 1947, in occasione della nascita dello Stato d’Israele, Prato organizza una marcia che è molto più di una semplice processione: è un atto simbolico potentissimo. La comunità attraversa l’Arco di Tito — quello stesso arco che celebrava la distruzione del Tempio e la deportazione degli ebrei duemila anni prima — ma stavolta nella direzione opposta.

    È un gesto rivoluzionario: significa che l’esilio è finito, che la libertà è tornata, che la storia si può riscrivere.

    L’eredità che vive ancora

    Oggi, quando apri un libro di preghiere di rito italiano in sinagoga, stai toccando parte del lavoro di Prato. La sua cura della liturgia ebraica italiana è un tesoro che continua a vivere, generazione dopo generazione.

    Fonte: Foto e dati anagrafici dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”

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