
Il Musée d’art et d’histoire du Judaïsme – MAHJ di Parigi ha inaugurato giovedì la prima mostra temporanea francese dedicata a Noa Eskol, israeliana, pioniere della danza moderna, coreografa, artista tessile prodigiosa. L’esposizione svela le opere realizzate da Noa Eskol tra il 1950 e il 2000, le sue composizioni coreografiche e i suoi celebri Wall carpers presentando, disegni, fotografie e video.
La figura di Noa Eshkol emerge nel panorama artistico del Novecento come un caso singolare e profondamente interdisciplinare.
Nata in Erez Israel nel 1924 nel kibbutz Degania Bet, figlia del futuro primo ministro d’Israele Levi Eshkol, cresce in un contesto in cui l’educazione e la costruzione collettiva della società rappresentano i valori fondanti. Si forma inizialmente nella danza, studiando con Gertrud Kraus, figura di riferimento della danza moderna israeliana, ma presto orienta la propria ricerca verso una riflessione più ampia sul movimento che la porterà a sviluppare un approccio radicalmente innovativo. Coreografa, teorica del movimento e artista visiva, Noa Eshkol ha costruito un percorso che attraversa i confini tra danza, matematica e arti plastiche, proponendo un linguaggio capace di tradurre il gesto in sistema e il corpo in struttura.
La mostra “Noa Eshkol, 1924 – 2007. Danse et compositions”, che rimarrà aperta fino al 30 agosto, è un’occasione preziosa per ripercorrere questa traiettoria complessa, mettendo in dialogo le sue pratiche coreografiche con le opere tessili e i sistemi di notazione che ne costituiscono l’ossatura teorica. Al centro del lavoro di Noa Eshkol si trova il sistema di notazione del movimento sviluppato insieme all’architetto Abraham Wachman negli anni Cinquanta. Questo metodo, noto come Eshkol-Wachman Movement Notation (EWMN), nasce dall’esigenza di descrivere il movimento umano in termini oggettivi, scomponendolo in coordinate spaziali e relazioni angolari. In mostra questi diagrammi appaiono come vere e proprie partiture in cui il corpo non è rappresentato ma analizzato, tradotto in una grammatica visiva rigorosa; non si tratta di semplici strumenti tecnici, ma di opere che rivelano una tensione estetica, una volontà di ordine che si avvicina alla composizione musicale.

Il percorso espositivo evidenzia come la ricerca teorica di Noa Eshkol si intrecci con la pratica della danza. Le coreografie, documentate attraverso video e materiali d’archivio, mostrano un approccio antiespressivo, lontano dalla teatralità tradizionale. I danzatori diventano vettori di movimento, elementi di una costruzione che privilegia la relazione tra le parti piuttosto che l’individualità. In questo senso, la danza di Eshkol si avvicina a una forma di “astrazione incarnata”, dove il corpo agisce come strumento di esplorazione spaziale. Un aspetto particolarmente affascinante della mostra è rappresentato dai lavori tessili realizzati da Noa Eshkol a partire dagli anni Settanta del secolo scorso, in un periodo in cui, anche a causa di problemi di salute, l’artista ha ridotto l’attività coreografica. Queste opere, composte da ritagli di stoffa assemblati in configurazioni geometriche, possono essere lette come una continuazione della sua ricerca sul movimento. Le superfici tessili, con le loro giustapposizioni di colori e forme, evocano dinamiche ritmiche e strutturali analoghe a quelle delle coreografie. Anche qui, il principio compositivo è fondamentale: ogni elemento trova il proprio posto all’interno di un sistema equilibrato, in cui il caso è sempre subordinato a una logica interna. La mostra non si limita a presentare opere, ma costruisce un discorso unitario, in cui danza, disegno e tessuto appaiono come manifestazioni di un unico pensiero. È un pensiero che rifiuta la separazione tra arte e scienza, tra sensibilità e razionalità, proponendo invece una visione integrata del processo creativo.

Scomparsa nel 2007, Noa Eshkol ha lasciato un’eredità che continua a influenzare artisti, coreografi e ricercatori. In un’epoca in cui le arti performative tendono spesso verso l’ibridazione e la contaminazione, il suo lavoro appare sorprendentemente attuale. La sua capacità di concepire il movimento come sistema, senza rinunciare alla dimensione estetica, offre strumenti ancora oggi fertili per ripensare il rapporto tra corpo, spazio e forma.

Photo credit: Musée d’art et d’histoire du Judaïsme – MAHJ – Parigi















