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    Mondo

    Le lezioni dell’11 settembre, un quarto di secolo dopo

    L’attentato

    Domani cade un anniversario importante, che merita di essere ricordato e soprattutto pensato. È passato infatti un quarto di secolo dall’“attacco all’America” dell’11 settembre 2001, quando quattro aerei di linea furono dirottati contemporaneamente negli Stati Uniti da terroristi arabi, con l’intenzione non di farli atterrare da qualche parte e chiedere un riscatto per i passeggeri presi in ostaggio, come era accaduto spesso negli ultimi tre decenni, ma di farli schiantare contro edifici simbolici e affollati, per uccidere il maggior numero di “nemici” (cioè di americani qualunque) e mettere in scena in diretta televisiva il crollo della civiltà occidentale. Dei quattro aerei, due abbatterono le due torri (Twin Towers) del World Trade Center di New York, uno colpì il Pentagono, sede della Difesa degli Stati Uniti, uno che era diretto contro le sedi politiche più rappresentative di Washington (la Casa Bianca o il Congresso), cadde prima di poter colpire a causa della rivolta dei passeggeri. Le vittime furono almeno 2977, i feriti più di 6000. Gli attentatori erano in gran parte cittadini dell’Arabia Saudita, per lo più di buone condizioni economiche e ben integrati nella loro comunità. Alcuni avevano vissuto in Germania e avevano frequentato scuole di volo in Occidente. Dopo qualche tentativo iniziale di mistificazione, la responsabilità dell’attentato fu rivendicata da Osama Bin Laden per la sua rete terroristica, Al Qaeda. Ciononostante, ancora non mancano i negazionisti che tentano di accreditare tesi assurde come un auto-attentato americano, o un’azione del solito onnipresente Mossad, che sarebbe dimostrata dal fatto che gli ebrei non sarebbero stati presenti nelle Twin Towers la mattina dell’attacco, tutti evidentemente avvertiti dallo spionaggio israeliano e quindi tutti complici. In realtà fra i morti dell’attentato si contano circa 400 ebrei e almeno cinque cittadini israeliani (per confronto, vi furono 4 o 5 vittime francesi e 10 italiane).

    Una svolta storica

    Al di là della dimensione dell’attentato, il più grande e complesso mai compiuto dagli islamisti, paragonabile solo (in proporzione alla popolazione) con quello del 7 ottobre (circa 1200 morti, 5000 feriti, 251 rapiti), l’11 settembre del 2001 rappresenta una svolta storica. Prima del 2001 gli attentati islamisti in Occidente erano sporadici e spesso legati a conflitti locali, fra cui soprattutto quelli contro ebrei e israeliani. Al-Qaeda stava organizzandosi e aveva già colpito obiettivi occidentali all’estero (ambasciate USA in Kenya e Tanzania nel 1998, la nave militare americana Cole nello Yemen nel 2000), ma sul suolo occidentale gli attacchi erano stati pochi e di dimensione nettamente inferiore. Forse il più significativo fu un attentato compiuto proprio al World Trade Center (New York, 26 febbraio 1993), quando elementi dell’ambiente in cui si stava formando Al Qaeda fecero esplodere un furgone bomba nel garage sotterraneo della Torre Nord, provocando 6 morti e oltre mille feriti; vi fu poi nel 1995 una bomba alla stazione RER Saint-Michel a Parigi, che fece 8 morti e circa 150 feriti. Di questo elenco non fanno parte i numerosi e sanguinosi attentati contro ebrei e israeliani compiuti da terroristi arabi (da Monaco 1972 a Roma e Parigi 1982 a Buenos Aires 1994) né i loro numerosi dirottamenti aerei, che furono percepiti dall’opinione pubblica occidentale come episodi di un conflitto locale in cui non aveva parte. L’attacco dell’11 settembre, invece, era chiaramente “contro l’America” (o piuttosto l’Occidente), come i numerosi attentati che seguirono; fra i maggiori, quello dell’11 marzo 2004 a Madrid, con 192 morti; 7 luglio 2005 a Londra con 52 morti; 7 gennaio 2015 Parigi (Charlie Hebdo e Hyper Cacher) con 17 morti; del 13 novembre successivo, sempre a Parigi (Bataclan) con 130 morti; del 22 marzo 2016 a Bruxelles con 32 morti; del 14 luglio 2016 a Nizza con 86 morti.

    La guerra contro l’Occidente

    L’elenco potrebbe continuare a lungo, fino a oggi. Ma conta soprattutto il senso politico dell’evento, che è duplice. Da un lato l’11 settembre è una dichiarazione di guerra del mondo islamico all’intero Occidente. Nei conflitti precedenti, dalla guerra d’Algeria alle guerre del Golfo, a quelle contro Israele, le potenze occidentali avevano badato a limitare il campo del conflitto e a inserire nel proprio schieramento forze islamiche, come fece anche Bush per la seconda guerra del Golfo nel 2003, proprio per evitare l’aspetto di una guerra di civiltà o di religione. Questa precauzione era riuscita solo in parte, come si vide per esempio dall’appoggio di Arafat a Saddam Hussein. Ma ora non c’erano più veli e Al Qaeda individuava come nemico il cuore dell’Occidente, ottenendo l’appoggio della grande maggioranza del mondo islamico (anche se non quella esplicita di tutti i governi), inclusi anche questa volta i palestinesi.

    L’attacco nella metropoli

    La seconda novità è la capacità di portare la guerra nel territorio metropolitano occidentale. Oggi, dopo molti attentati e soprattutto dopo l’ostilità quotidiana e minuta, ma complessivamente significativa, di moltissimi immigrati regolari o clandestini e dei loro discendenti, e dopo le immigrazioni irregolari di massa cui corrisponde una scarsa capacità di resistenza e interdizione da parte degli apparati nazionali politici, di giustizia e sicurezza, è chiaro a molti che il conflitto di civiltà si è spostato soprattutto in Occidente. Ci sono state anche dichiarazioni molto esplicite da parte di capi musulmani (e islamisti) come Erdogan, che, per esempio, in un discorso del marzo del 2017 invitava gli emigrati turchi a fare “almeno 3 o 5 figli” per diventare loro “il futuro dell’Europa”.

    Le lezioni

    Purtroppo, le lezioni dell’11 settembre non furono comprese davvero e almeno in parte non lo sono ancora. Il presidente americano George W. Bush proclamò una “guerra al terrorismo” come se il terrorismo fosse un soggetto politico e non un mezzo che certi soggetti politici usano, evitando accuratamente di identificare il mondo politico e sociale che stava attaccando l’America e l’Occidente; subito dopo concretizzò questa “guerra al terrorismo” invadendo l’Afghanistan, che senza dubbio aveva la responsabilità di ospitare Bin Laden, ma che non era certo il centro vero dell’attacco. Gli Stati europei non compresero e in parte ancora non comprendono come l’immigrazione islamica rientri in questo quadro e non riuscirono a impedire lo stillicidio degli attentati e degli altri atti di ostilità sul loro territorio, anzi in molti casi (come quello della Germania guidata da Angela Merkel nel 2015) incoraggiarono un’accoglienza senza limiti. A New York c’è stato il paradosso dell’elezione di un sindaco (Zohran Mamdani) che è espressione di una cultura politica omogenea all’attacco del 2001, tanto che i parenti delle vittime hanno fatto una petizione per escluderlo dalle celebrazioni dell’anniversario. Anche in Israele, il più esposto all’ostilità dell’islamismo, sopravvisse in molti ambienti l’illusione di poter “gestire il conflitto”, se non proprio raggiungere la pace con i terroristi e ci fu una generale sottovalutazione della combattività e della competenza militare dei nemici, che purtroppo emerse con il 7 ottobre.

    L’inizio di un nuovo periodo storico

    Guardando indietro a questo quarto di secolo bisogna vedere come con l’11 settembre del 2001 è iniziato un periodo nuovo, in cui le illusioni della “fine della storia” dovuta all’automatica prevalenza del sistema democratico occidentale non si sostenevano più. Ora più che mai è necessario difendere la libertà con la forza della convinzione e talvolta, purtroppo, anche con le armi.

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