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    Cultura

    Quattro vite, un Paese: Assaf Gavron racconta Israele attraverso la memoria

    C’è la memoria personale, ci sono gli amici di una vita e c’è Israele, con la sua storia e le sue contraddizioni. È da questo intreccio che nasce “Seguendo le tracce” (Giuntina), l’ultimo romanzo di Assaf Gavron, che Shalom ha incontrato per un’intervista. Un libro profondamente legato alla vicenda personale dello scrittore, ma capace di allargare lo sguardo fino a raccontare un’intera generazione e il Paese in cui è cresciuto.

    Gavron non nasconde infatti quanto ci sia di autobiografico in questa nuova opera. I quattro protagonisti sono chiaramente ispirati a persone reali: l’autore stesso e tre suoi amici. Da questa base reale nasce però la libertà della fiction. “Una volta che ho deciso che potevo aggiungere elementi di fiction, ho avuto la libertà di raccontare una storia personale e farla diventare letteratura”, spiega, raccontando di aver cambiato nomi, eventi e situazioni. Il risultato è una storia privata, ma capace di allargarsi ben oltre la dimensione autobiografica. Anche il luogo in cui i protagonisti crescono assume un ruolo centrale, quasi fosse un personaggio della storia. È il villaggio della loro infanzia, ma anche uno spazio attraverso cui Gavron ripercorre una parte della storia israeliana e sionista. La vicenda dei quattro ragazzi, infatti, si sviluppa a partire dagli anni Ottanta e accompagna le loro vite fino all’età adulta, sullo sfondo dei cambiamenti che attraversano Israele.

    “È il periodo che conosco, il periodo di cui posso parlare” racconta Gavron. La scelta temporale nasce dunque prima di tutto da una necessità narrativa e personale: raccontare ciò che l’autore ha vissuto e osservato. Ma la dimensione privata diventa inevitabilmente anche collettiva. La storia dei protagonisti e quella del villaggio si intrecciano con la «grande storia» di Israele, con il sionismo, con la politica e con il conflitto che, nel corso dei decenni, ha inevitabilmente segnato la vita delle persone. È proprio questo uno degli aspetti più interessanti della riflessione di Gavron: il rapporto tra letteratura e realtà israeliana. In un momento storico in cui parlare di Israele significa spesso confrontarsi con narrazioni estremamente polarizzate, lo scrittore rifiuta l’idea di una letteratura chiamata a svolgere una funzione prescrittiva.

    “Non so se ho una responsabilità come scrittore” dice. Per Gavron, infatti, scrivere non significa necessariamente prendere posizione o offrire una risposta politica. Significa piuttosto provare a comprendere. La letteratura, nella sua visione, permette di restituire complessità a luoghi, persone e vicende che il dibattito pubblico tende invece a ridurre a poche categorie. “Attraverso la letteratura le persone possono capire in modo più complesso un luogo” osserva. Ed è proprio questa complessità che, secondo Gavron, oggi rischia di perdersi: tutto può essere ricondotto a una scelta netta, a un “per questo” o “contro questo”, all’amore o all’odio per una determinata posizione. Un libro, al contrario, può aprire uno spazio diverso, più lento e articolato, nel quale le contraddizioni possono convivere.

    Nel nuovo romanzo, la crescita dei protagonisti procede parallelamente alla crescita di Israele. Quattro bambini che, all’inizio, immaginano di vivere una vita normale si trovano ben presto a fare i conti con una realtà geografica e politica che entra nelle loro esistenze e le condiziona profondamente. È un elemento che Gavron riconosce come una costante della propria produzione letteraria. Anche nei suoi libri precedenti, molti dei quali sono stati pubblicati in italiano, torna infatti il tentativo di raccontare la vita quotidiana degli israeliani mettendola in relazione con una storia più grande: quella politica, quella del conflitto e quella di una società in continua trasformazione. “È una storia personale, la vita di un personaggio o di pochi personaggi israeliani in Israele, ma è sempre legata alla storia più grande” spiega.

    Questa volta, però, la componente personale è ancora più forte. Gavron racconta di sentirsi particolarmente legato al libro, proprio perché vi riconosce il luogo in cui è cresciuto, la propria vita e i propri amici. È forse questa vicinanza emotiva a rendere il romanzo anche un modo per interrogarsi sul proprio passato e, attraverso di esso, sulla storia di un intero Paese. Una storia privata che diventa dunque collettiva. Quattro amici, un villaggio, l’infanzia e l’età adulta, e sullo sfondo decenni di storia israeliana: Gavron costruisce così un racconto che non pretende di semplificare Israele, ma prova, attraverso la letteratura, a restituirne la complessità.

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