
A 3 mesi circa dall’inaugurazione della Biennale di Venezia, il fuoco delle polemiche che purtroppo ha accompagnato la partecipazione dell’artista israeliano Belu-Simion Fainaru sembra ormai spento. La manifestazione prosegue a Venezia ormai lontana dai riflettori mediatici e dall’attenzione del grande pubblico mentre la città si è svuotata degli appassionati d’arte.
Ho visitato la Biennale il giorno dell’anteprima e una delle immagini più potenti che mi sono rimaste impresse è quella del padiglione Israele dei Giardini deserto: il vetro opaco semicoperto dalla polvere, presunti lavori di restauro in corso, che non ho potuto verificare, ma credo sia legittimo dubitarne. In compenso c’erano due poliziotti di guardia davanti all’ingresso di un edificio svuotato in nome del politicamente corretto con solo la scritta ISRAEL in ebraico sulla facciata. La presenza di Israele alla Biennale per me è stata anche questo, un padiglione assente, cancellato dal proprio spazio. Se i luoghi possono comunicare e trasmettere significati, e in effetti hanno o dovrebbero avere una capacità simbolica, proprio lì poteva percepirsi l’isolamento dello Stato d’Israele.
A pochi passi, persino il padiglione russo era aperto, pur tra polemiche legate all’invasione dell’Ucraina. Israele, al contrario, ai Giardini non c’era.
Ai Giardini era invece presente una sezione della collettiva In Minor Keys, curata da Koyo Kouoh e completata dal suo team dopo la sua scomparsa. Il progetto dava spazio soprattutto ad artisti provenienti da aree tradizionalmente considerate periferiche; non risultavano però artisti israeliani.
Dopo i Giardini mi sono recato all’Arsenale dove era stato collocato il padiglione Israele,
affidato a Belu-Simion Fainaru, artista interdisciplinare nato a Bucarest nel 1959 ed emigrato in Israele nel 1973. Già rappresentante della Romania alla Biennale del 2019, nel 2025 è stato insignito dell’Israel Prize per il suo percorso nella scena artistica israeliana.
Con la collega Avital Bar-Shay ha ideato nel 2010 la Biennale del Mediterraneo battendosi contro il boicottaggio di Israele nel campo dell’arte che porta all’isolamento degli artisti e curatori israeliani dalla scena internazionale, mentre secondo Belu-Simion Fainaru “l’arte dovrebbe fungere da fattore unificante, non diventare uno strumento politico per esprimere opposizione a Israele”. Egli stesso nei giorni in cui sembrava che la giuria potesse escludere il suo lavoro dai premi della Biennale si è coraggiosamente battuto per i propri diritti portando alle dimissioni della stessa giuria internazionale. L’artista era presente all’Arsenale con il progetto “The Rose of Nothingness”, in uno spazio appositamente messo a sua disposizione dalla fondazione Biennale. L’opera concepita nel 2015 era stata peraltro già presentata già nella galleria di Plan B a Berlino, al Mak di Vienna e nell’edizione di Art Basel 2019 nella sezione Unlimited, dedicata alle opere di grandi dimensioni dove avevo avuto già l’occasione di vederla e fotografarla. Non casualmente la scelta è ricaduta su un’installazione sull’acqua che dialoga con quella della laguna veneziana.
L’opera è formata da un’ampia vasca poco profonda, in cui gocce d’acqua nera cadono da una struttura metallica ispirata alle tecnologie israeliane di irrigazione a goccia, creando increspature concentriche sulla superficie.
Il lavoro di Fainaru è profondamente permeato dalla sua identità ebraica e influenzato dalla Kabbalà di cui lui stesso dice di voler tradurre visivamente i concetti nel linguaggio dell’arte contemporanea, portando a livello visibile qualcosa che per sua natura non si vede. L’opera fa riferimento alla produzione di Paul Celan a più livelli: lo stesso titolo è ripreso da una poesia di Celan intitolata “Psalm” contenuta nella raccolta “La rosa di nessuno”, in cui il poeta scrive: “noi un nulla fummo, siamo, resteremo, fiorendo: la rosa del Nulla la rosa di Nessuno”. In questo caso è l’acqua a fiorire e sfiorire. Il liquido nero inoltre rimanda al latte nero che compare nella poesia di Paul Celan “Fuga di morte” come tema ricorrente: “Nero latte dell’alba noi lo beviamo la sera, noi lo beviamo al meriggio come al mattino noi lo beviamo di sera”. Questa poesia, fra le più famose di Paul Celan, anch’egli nato in Romania, rappresenta un emblema della rappresentazione poetica della Shoah e il nero latte ha un riferimento immediato ai pasti dei prigionieri nei lager nazisti ma anche all’esperienza di contatto con la morte. Il significato dell’opera è quindi costruito su più strati che concernono certamente la storia ebraica e più in generale il concetto di identità e memoria, del tempo che scorre dando vita a una dialettica fra il vuoto e il segno lasciato. Agli angoli lo spazio del padiglione era disseminato di lucchetti contenenti brani estrapolati dalla Torah o frammenti di pensieri, in uno c’era scritto “tutto andrà bene”: speriamo sia davvero così. E che alla prossima edizione il padiglione possa riprendere la sua collocazione originale.














