
Caro Rav Di Segni, carissimi amici, ospiti, autorità,
sono passati tre anni dal 7 ottobre. Ricordiamo chi è stato ucciso, chi è stato strappato alla propria casa e trascinato in ostaggio. Ricordiamo le famiglie distrutte, quelle che ancora portano addosso un dolore che non finisce. E ricordiamo ciò che si è sprigionato da quel giorno: una violenza antiebraica che ha mostrato quanto l’antisemitismo fosse radicato e pronto a riemergere.
Il primo dovere è quello indicato da Rav Riccardo Shemuel Di Segni: non dimenticare. Non permettere che il tempo, la propaganda o l’assuefazione cancellino la misura di ciò che è accaduto. È intollerabile che il 7 ottobre sia stato progressivamente rimosso, relativizzato, quasi trasformato in una premessa secondaria di ciò che è venuto dopo. Prima della guerra e delle ricostruzioni contrapposte c’è stato un pogrom. C’è stato l’assassinio brutale di civili. Ci sono stati gli ostaggi. C’è stata la volontà di colpire gli ebrei in quanto ebrei, gli israeliani in quanto israeliani. Questo non deve mai essere dimenticato. Ringrazio i rappresentanti diplomatici presenti oggi in rappresentanza delle nazionalità colpite il 7 ottobre.
Sheminì Atzeret, ha ricordato il Rav, è il giorno della vicinanza speciale tra Israele e D. La storia ha trasformato quel giorno di gioia in un giorno di sangue e quest’anno, come nel 2023, ha coinciso con Shabbat, il giorno consacrato dagli ebrei al riposo, alla famiglia e alla pacifica introspezione. La storia ha le sue coincidenze spesso non casuali che ritornano. Celebriamo anche il ricordo di un’altra data tragica, un altro Sheminì Atzeret e coincidenza di nuovo Shabbat, il 9 ottobre 1982, quando – sull’onda di un pubblico crescendo antisemita – un commando di terroristi palestinesi uccise un bimbo italiano di 2 anni, Stefano Gaj Taché, e lasciò a terra decine di feriti. Abbraccio con grande affetto a nome di tutta la Comunità, e ringrazio per la loro presenza, i familiari di Stefano e i feriti che portano ancora i segni dell’attentato.
Ma le parole del Rav ci chiedono qualcosa di più difficile della memoria. Ci chiedono di capire. Di interrogarci, secondo la nostra fede e la nostra etica, non solo sul male che abbiamo subito, ma anche sulle conseguenze, sulle scelte che siamo stati costretti a compiere dopo. Il Rav ha parlato di un “rovesciamento totale di prospettiva”: la vittima che diventa carnefice. Dopo aver visto i nostri fratelli massacrati e rapiti, ci siamo trovati a dover rispondere dell’azione di uno Stato intero: messi all’indice come complici, solo in quanto ebrei. Questo rovesciamento è alimentato da ricostruzioni mediatiche prevenute e da un antisemitismo che non preoccupa neppure più di camuffarsi.
Siamo passati, nella percezione pubblica, dalla solidarietà al sospetto. Persone che prima bussavano alle nostre porte hanno cominciato a evitarci. L’antisemitismo non è più un tabù e orribili parole del passato sono tornate nel linguaggio comune. Ciononostante, non siamo mai stati del tutto soli.
Voglio ringraziare chi ci è rimasto vicino quando era più facile prendere le distanze. Chi non ci ha fatto mancare affetto e rispetto.
Ringrazio le istituzioni della Repubblica per la vicinanza e la protezione concreta che ci hanno garantito. Ringrazio chi, dentro la nostra Comunità, ha operato per difendere la nostra dignità e la nostra presenza nella società italiana. Ringrazio in modo particolare quanti hanno lavorato per allargare il perimetro della solidarietà e della comprensione verso gli ebrei e Israele (alcuni sono qui tra noi oggi). Ringrazio l’ambasciatore Peled e quanti hanno condiviso il peso della diffamazione verso Israele e verso gli ebrei.
Dico grazie a chi non si è rassegnato alla deriva di un’opinione pubblica esposta alla malattia sociale dell’antisemitismo e a letture della guerra da salotto radical chic o da piazza ProPal. Chi ha continuato, anche quando era impopolare, a tessere relazioni e a spiegare le nostre ragioni. Chi ha costruito reti attorno alla Comunità, cercando con ostinazione di rompere l’isolamento. Grazie a chi ci permette ogni giorno di continuare la nostra vita ebraica. E un grazie speciale, da tutti noi, alle forze dell’ordine e ai nostri volontari e professionali della sicurezza.
Il Rav ha ricordato anche un altro punto importante. Per molti anni gli ebrei italiani sono stati considerati soprattutto custodi della memoria della Shoah, garanti morali della democrazia e dell’antifascismo. Oggi quel ruolo è stato messo in discussione. Forse dentro questa crisi c’è una verità che dobbiamo avere il coraggio di vedere: la nostra identità non dipende dal ruolo che gli altri decidono di attribuirci. Noi non siamo solo il popolo che ha subìto. Siamo anche il popolo che non ha mai smesso di costruire.
La nostra identità nasce dalla Torah e dalle mitzvot, dallo studio, dalla responsabilità reciproca e dal legame con Israele. Nasce dalle nostre famiglie e dalle nostre scuole. Dalla capacità di non lasciare indietro nessuno. Nasce da ciò che scegliamo di essere ogni giorno.
La domanda allora è semplice: quale Comunità vogliamo consegnare ai nostri figli? Una Comunità più fragile e vulnerabile o una Comunità capace di stare in piedi, una Comunità più forte e più unita? La risposta sta nelle nostre azioni. Nel sostegno ai più fragili e nella difesa delle famiglie. Nelle nostre scuole, che sono il vivaio del bene più prezioso che abbiamo: i nostri figli. Sta nella trasmissione della cultura ebraica. La tradizione ci insegna: “Kol Israel arevim zeh bazeh”, tutto Israele è responsabile l’uno dell’altro.
Il 7 ottobre resterà per sempre il giorno del massacro, degli ostaggi e delle famiglie spezzate. Non dobbiamo addolcirlo e non dobbiamo permettere a nessuno di riscriverlo. Ma ricordare davvero significa anche prendersi cura delle persone, della nostra Comunità e del rapporto con Israele. Forse il modo più giusto di ricordare è continuare a vivere da ebrei. Crescere bene i nostri figli. Fare spazio nelle nostre case, nelle nostre scuole, nelle nostre sinagoghe, alla fiducia e al nostro amore per la vita.
Non saranno i nostri nemici a dirci chi siamo. E non sarà l’odio a decidere che cosa diventeremo.













