
Un’antica parabola rabbinica racconta di un re che fece un grande ricevimento per i suoi sudditi e alla fine, quando tutti gli invitati se ne erano andati, chiese ai suoi più vicini di trattenersi un po’ da soli con lui.
Con questa parabola i Maestri volevano spiegare il senso della festa di Sheminì ‘Atzeret, alla fine di Sukkot; mentre Sukkot ha un significato universale, che riguarda tutti i popoli della terra, Sheminì ‘Atzeret è un giorno tutto per Israele che consacra il suo rapporto speciale con D. Un terribile gioco della storia ha trasformato questo giorno di gioia in un incubo. È successo nella comunità di Roma nel 1982, all’uscita da questa sinagoga, subito dopo la benedizione dei bambini. Ed è successo in Israele nel 2023 con l’attacco partito dalla striscia di Gaza verso tutti gli insediamenti ebraici circostanti.
Stiamo qui ora a ricordare questi due eventi, in data civile e non religiosa, per non rovinare ulteriormente la festa; sono eventi di diverse proporzioni, ma con molti elementi che li accomunano, a cominciare dal pensiero politico che li ha generati. Questa nostra commemorazione risponde al preciso dovere di non dimenticare, ma deve essere anche una sollecitazione a capire quello che è successo e anche quello che sta succedendo ora. Perché se nel 1982 l’attentato alla Sinagoga fu un trauma che fece tacere quasi magicamente e all’improvviso, come se si fosse consumato un sacrificio rituale, l’ondata di antisemitismo che si era scatenata nei giorni e mesi precedenti, la vicenda iniziata il 7 ottobre è ancora aperta e le sue nefaste conseguenze sono davanti agli occhi di tutti.
Come ebrei romani e italiani dobbiamo prendere atto di un mutamento epocale del rapporto nei nostri confronti, del pubblico in generale e del quadro politico. Possiamo ricordare che neppure venti-trenta anni fa, in margine alle turbolenze politiche generali, gli ebrei italiani erano considerati come custodi di memorie e garanti di credibilità politica; c’era una ricerca sistematica del nostro consenso, un bussare continuo alle nostre porte come se solo il nostro assenso potesse dare una patente di rispetto della democrazia e della lotta al fascismo e al razzismo.
Oggi, con un rovesciamento totale di prospettiva, dal ruolo di vittime siamo passati in un immaginario collettivo a quello di carnefici, siamo additati come sostenitori e complici di un regime considerato criminale. Se prima ci cercavano, oggi molti ci evitano e provano imbarazzo per la nostra presenza. Ed è caduto qualsiasi tabu sull’antisemitismo, che impazza ovunque. Ognuno di noi può raccontare di quante amicizie personali siano finite in questi ultimi mesi, quanto sia difficile mantenere relazioni rispettose a tutti i livelli. Anche se, e dobbiamo sottolinearlo con affetto e riconoscenza, anche se siamo stati isolati, non siamo mai stati del tutto soli e sappiamo che nel mondo circostante c’è chi continua ad apprezzarci e amarci per quello che siamo. Per quello che siamo, appunto, e non per quello che dovremo essere in visioni distorte da una parte e dall’altra.
Nella tempesta che siamo attraversando dovremmo essere capaci di vedere che qualche effetto positivo c’è. Infatti, mentre si diffondono e dilagano miti diffamanti nei nostri confronti, c’è anche la fine dell’uso strumentale della nostra storia e della nostra memoria, sui quali anche noi ci siamo adagiati e compiaciuti come se fossero la chiave della nostra identità. E c’è da sperare che questo ci aiuterà a comprendere meglio chi siamo, prescindendo dell’uso che viene fatto di noi. Tra qualche anno gli storici potranno esaminare a mente fredda questa malattia sociale dilagante che si diffonde e ci colpisce, ma saremo esaminati e giudicati anche noi per come abbiamo risposto e reagito. E non parlo della risposta in termini di contropropaganda più o meno efficace, che da sola è una questione aperta, parlo di come e quale ebraismo e quale comunità sopravviverà a queste turbolenze.
Shemini ‘Atzeret è il giorno in cui si ribadisce una condizione speciale di Israele legata al suo D.; gli eventi drammatici hanno trasformato e rovinato il messaggio sacro di quel giorno; la condizione speciale di Israele è diventata isolamento e solitudine. Sta anche a noi ribaltare in positivo questa situazione recuperando la forza spirituale della nostra tradizione per dare valori morali a noi stessi, alle nostre comunità, e al mondo che ci circonda che sa bene – e forse proprio per questo ci attacca – che di noi non può fare a meno.













