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    ISRAELE

    Daniel Lanternari: «Ricostruiamo il quotidiano e non dimentichiamo»

    La testimonianza dal kibbutz di Nirim a tre anni dall’attacco del 7 ottobre

    Tre anni dopo il 7 ottobre 2023, in Israele il tempo non ha cancellato il trauma. Se da una parte alcune comunità stanno cercando di ricostruire la propria quotidianità, dall’altra le conseguenze di quella giornata continuano a segnare profondamente migliaia di famiglie. Lo racconta a Shalom Daniel Lanternari, residente del kibbutz di Nirim, una delle comunità del sud di Israele colpite dall’attacco di Hamas.

    La sua storia era stata raccontata sulle pagine del nostro giornale: aveva vissuto direttamente la minaccia dei terroristi, salvandosi miracolosamente. Dopo il massacro del 7 ottobre, lui e la sua famiglia sono stati costretti a lasciare la propria casa insieme agli altri abitanti del kibbutz. Per mesi hanno vissuto negli alberghi di Eilat, condividendo con centinaia di sfollati un’esistenza sospesa, in attesa di capire quando sarebbe stato possibile tornare. Successivamente la famiglia ha trascorso del tempo in Italia, una scelta dettata dalla necessità di offrire ai figli un periodo lontano dalla guerra e dal continuo stato di emergenza. Oggi sono rientrati in Israele, ma la normalità resta ancora un obiettivo da conquistare.

    «Sono passati tre anni, ma ovviamente non è finita» racconta Lanternari. «C’è la vita dei civili, di cui faccio parte io, e c’è la dimensione politica e militare, che inevitabilmente continua a influenzare la vita di tutti. Al di fuori del voto, noi cittadini possiamo fare ben poco. Tutto è cambiato dal 7 ottobre». Per la sua famiglia il cambiamento è stato radicale. «Dopo molto tempo trascorso negli hotel di Eilat ci siamo trasferiti in Italia. Non è stata una scelta che avevamo programmato, ma il tentativo di far cambiare aria alla mia famiglia. È stato però un cambiamento enorme: nuova lingua, nuova scuola, nuovo lavoro. Tutto questo ha inevitabilmente scombussolato il nostro equilibrio familiare».

    Il trauma, spiega, continua ad accompagnare adulti e bambini. «Ci sono tanti cambiamenti che ancora oggi ci portiamo dentro. Piccoli traumi che influenzano la vita quotidiana. Nella mia stessa famiglia ci sono cose che prima del 7 ottobre non esistevano. Ognuno di noi, anche i bambini, porta dentro profonde ferite psicologiche».

    Una sofferenza condivisa da moltissime persone. «Conosco tante persone del kibbutz che hanno perso i propri cari e sono cadute in depressione. Ognuno ha vissuto questo trauma in modo diverso: c’è chi si è lasciato andare e chi, invece, cerca con tutte le forze di guardare avanti».

    Il ritorno in Israele, avvenuto a metà luglio, rappresenta un nuovo inizio, ma non una conclusione delle difficoltà. «Siamo tornati e speriamo davvero di poter ricominciare. Nei kibbutzim stanno arrivando anche nuove famiglie, molte persone stanno cercando di ricostruire la propria vita. Altri, invece, hanno lasciato il kibbutz o addirittura Israele. Per tanti il 7 ottobre non è mai davvero finito. Tra il fronte libanese e quello iraniano, le ferite non hanno mai avuto il tempo di rimarginarsi».

    Crescere nel sud di Israele significa convivere con una realtà che altrove appare difficile persino da immaginare. «I bambini e i ragazzi della nostra zona non conoscono una realtà diversa: abbiamo sempre ricevuto razzi. Eppure ogni stanza di sicurezza è dipinta con colori che trasmettono serenità e pace. Non insegniamo l’odio ai nostri figli, neppure nei momenti di emergenza».

    Secondo Lanternari, il 7 ottobre ha superato i confini geografici delle comunità vicine a Gaza. «Ha colpito tutti noi che viviamo al confine, ma anche i soldati, i poliziotti, le vittime del Nova Festival. In Israele non esiste una persona che non abbia perso qualcuno o che non conosca qualcuno che abbia perso un familiare o un amico. Tutto il Paese porta oggi una ferita nel cuore».

    È proprio questa dimensione collettiva del dolore ad aver rafforzato, a suo avviso, il senso di responsabilità nazionale. «Quel giorno, essendo stati colpiti su vari fronti, tantissime persone hanno lasciato tutto per arruolarsi nuovamente e difendere lo Stato. In Italia è difficile comprenderlo fino in fondo, ma in Israele esiste un profondo senso di patriottismo. Al di là delle divisioni politiche, prevale la volontà di ricostruire e di proteggere il Paese».

    Tre anni dopo il 7 ottobre, la vita nei kibbutzim del sud continua quindi a oscillare tra memoria e futuro. Le case vengono ricostruite, alcune famiglie tornano, altre scelgono di ripartire altrove. Ma, come sottolinea Lanternari, il tempo da solo non basta a guarire le ferite. La vera sfida resta quella di ricostruire una quotidianità che permetta soprattutto alle nuove generazioni di guardare avanti senza dimenticare ciò che hanno vissuto.

    Foto: 113095 landscapes of kibbutz nirim
    di Shlomo Roded / PikiWiki Israel /
    CC BY 2.5
    (Immagine ritagliata dall’originale)

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