
A volte bastano poche frasi per trasformare uno scrittore in un caso nazionale. È quello che sta accadendo a Erri De Luca, finito al centro di una delle polemiche culturali più incandescenti delle ultime settimane. Tutto nasce da alcune dichiarazioni, in cui lo scrittore napoletano ha contestato l’uso del termine “genocidio” per descrivere quanto sta accadendo a Gaza e ha rivendicato il significato del Sionismo come movimento che portò alla nascita dello Stato di Israele.
Parole che hanno acceso una miccia già pronta a esplodere. Sui social si è scatenata la tempesta: accuse, insulti, attacchi personali, richieste di boicottaggio. In poche ore il dibattito si è trasformato in una guerra di trincea digitale, con De Luca bersaglio di critiche feroci da una parte e difeso da chi vede nella vicenda un pericoloso restringimento dello spazio del dissenso. Il punto di svolta arriva quando il Festival Salerno Letteratura decide di revocargli la prolusione inaugurale, il discorso d’apertura che gli era stato affidato. Gli organizzatori gli propongono di restare comunque nel programma con un altro intervento, ma De Luca rifiuta e sceglie di non partecipare alla manifestazione. Spiegano che quella posizione rappresenta in qualche modo l’identità culturale del festival e che le recenti dichiarazioni dello scrittore rischierebbero di prestarsi a strumentalizzazioni. Da quel momento la vicenda assume i contorni di un caso simbolico. C’è chi parla di scelta organizzativa legittima e chi, invece, vede una forma di censura mascherata. A rendere ancora più rumoroso lo scontro arriva il gesto dello scrittore Roberto Cotroneo, che annuncia il proprio ritiro dal festival in segno di solidarietà. “I festival culturali non sono partiti politici e non hanno una linea”, sostiene, ricordando che la cultura dovrebbe essere il luogo del confronto, non dell’esclusione.
Nel frattempo, il clima attorno a De Luca si fa sempre più pesante. Lo scrittore racconta di trovarsi in una situazione nuova, investito da una tempesta mediatica che va ben oltre il normale dissenso letterario. Eppure, sceglie una strategia sorprendente: non alza i toni. Niente comizi, niente controffensive, niente appelli indignati. Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, De Luca risponde con il suo consueto stile asciutto e spiazzante. “Non sono stato escluso, è il Festival che si è escluso da me” afferma. E quando gli chiedono se si senta vittima di una campagna contro di lui, evita accuratamente di alimentare il conflitto. “Non faccio polemiche con manifestazioni che hanno problemi a ricevermi”, dice. Poi aggiunge una battuta che sa insieme di ironia e disincanto: “Sono anche abbastanza contento di risparmiarmi qualche trasferta”.
Resta però una domanda che continua a dividere il mondo culturale: un festival letterario deve selezionare gli ospiti anche sulla base delle loro opinioni politiche? Oppure il compito della cultura è proprio quello di ospitare voci diverse, soprattutto quando risultano scomode? Intanto il caso De Luca è già diventato qualcosa di più di una semplice esclusione da un programma. È l’ennesimo capitolo di una stagione in cui la discussione pubblica sembra oscillare continuamente tra libertà di parola, identità ideologiche e cancellazioni reciproche. E forse è proprio questo il dato più significativo: non tanto ciò che ha detto Erri De Luca, quanto il fatto che attorno a quelle parole si sia aperta una faglia capace di attraversare festival, giornali, social network e mondo della cultura. Con una differenza rispetto a molte polemiche contemporanee: mentre tutti parlano di lui, Erri De Luca sembra aver scelto di parlare il meno possibile di se stesso.
Foto di Niccolò Caranti / CC BY-SA 3.0














