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    ISRAELE

    Nuovo incontro tra Trump e Netanyahu

    Prove di sintonizzazione, tra obiettivi differenti

    Un incontro di delegazioni

    L’atteso incontro fra Netanyahu e Trump, l’ottavo nei diciannove mesi del suo secondo mandato, è durato un’ora e mezza, fra le 11 e le 12.30 (ora di Washington) di ieri. Non è stato un colloquio privato come altre volte: alla riunione erano presenti vaste delegazioni sia da parte americana che da quella israeliana. Non erano presenti però i giornalisti e le telecamere, non vi è stata una conferenza stampa congiunta alla fine e i commenti conclusivi sono stati assai generici: “colloquio approfondito e molto positivo”, “buona chimica fra i due leader”, “incontro molto utile”. Il primo ministro israeliano ha fatto una dichiarazione decisamente ottimistica: “Ho appena concluso un ottimo incontro con il Presidente Trump. Quando dico ‘ottimo’, non si tratta solo di formalità. È stata una conversazione di piena collaborazione, con sostegno reciproco e con una chiara comprensione dell’obiettivo comune di garantire che l’Iran non possieda armi nucleari, oltre ad altri obiettivi. È stata una delle migliori conversazioni che abbia mai avuto con un Presidente degli Stati Uniti, il nostro amico Donald Trump. Tutta la sua squadra di alto livello era presente, così come la nostra, e qui c’è stata anche l’opportunità di scambiare idee e di coordinare questioni importanti per la sicurezza e il futuro dello Stato di Israele.”

    Il problema del nuovo laboratorio atomico iraniano

    Alla vigilia della riunione, che ovviamente aveva l’Iran come primo tema, si era saputo che Netanyahu intendeva presentare a Trump la documentazione di intelligence sul fatto che il regime iraniano aveva spostato i macchinari di arricchimento atomico in una base sotterranea così profonda da essere protetta anche dalle bombe americane più penetranti, conosciuta in Occidente come Pickaxe Moiuntain (“Monte Piccone”) e che l’aveva fatto in mala fede, proprio mentre due mesi fa concordava con gli Usa il “memorandum di intesa”, poi rapidamente trasgredito. Ma Trump aveva replicato piuttosto ruvidamente in una intervista di lunedì che su questo problema sapeva tutto quel che serviva e non aveva bisogno delle informazioni israeliane per decidere come trattarlo. È probabile che del tema si sia comunque parlato, ma non si sa in che termini. Allo stesso modo, non è chiaro se Netanyahu abbia in qualche modo reagito alla insistente richiesta americana di uscire dalle zone di sicurezza del Libano e della Siria, che però secondo la dichiarazione di un funzionario israeliano non si è riproposta in questa riunione;  né si è saputo come Trump abbia accolto la non facile decisione israeliana di permettere in linea di principio l’ingresso a Gaza alla forze internazionali che secondo l’accordo sottoscritto a suo tempo con Hamas avrebbero dovuto gestire la Striscia dopo il disarmo dei terroristi.

    Una questione di strategie

    Il problema non sono però le singole questioni locali, che il rapporto che Netanyahu ha costruito con Trump ha sempre permesso di superare, ma l’atteggiamento complessivo dei due paesi, che deriva dalla loro collocazione storica e geografica. Per il regime iraniano, Israele è il nemico da distruggere completamente: sia per ottenere un’egemonia regionale che in Medio Oriente solo lo Stato ebraico è in grado di contrastare; sia per obbedire a quello che ai musulmani fanatici appare il dovere religioso di distruggere la ribellione di una religione inferiore; sia infine per ottenere popolarità da parte della “piazza araba” insoddisfatta dal realismo dei propri governanti. Questo obiettivo genocida non concede allo Stato ebraico altra possibilità se non cercare il disarmo e l’abbattimento del regime degli ayatollah, con il vincolo in più di farlo prima che esso diventi impossibile da contenere, avendo ottenuto l’arma atomica. Per gli Usa, l’Iran è solo uno dei vari regimi dittatoriali ostili nel mondo, certamente non il più potente né il più pericoloso. Si tratta dunque di contenerlo, di impedirne l’armamento atomico e gli eccessi di violenza ai danni degli alleati. Se è possibile farlo con un accordo invece che con la guerra, tanto meglio. Ma accordarsi con un regime implica la scelta di non cercare di distruggerlo o rovesciarlo. Trump usa dunque una violenza limitata per negoziare con il regime iraniano e non ha nessun interesse a far sì che il conflitto ne minacci l’esistenza, diventando una vera guerra per la vita e per la morte.

    Un allineamento parziale, da rinnovare spesso

    Questa differenza spiega le giravolte tattiche del presidente americano, con le minacce più apocalittiche che preludono ai tentativi di accordo e la tolleranza per l’evidente mala fede della loro politica. Spiega anche che l’allineamento fra Usa e Israele non può che essere parziale, perché il progetto americano non soddisfa le esigenze di sicurezza di Israele e il tentativo di Netanyahu di rovesciare il regime degli ayatollah contraddice l’impostazione commerciale di Trump. In politica la divergenza di obiettivi strategici fra alleati non è rara, come si è visto per esempio nei rapporti fra Usa, Gran Bretagna e Unione Sovietica nella seconda guerra mondiale. Per questo gli incontri fra i leader sono essenziali per costruire fiducia e raggiungere accordi tattici anche entro quadri progettuali differenti. Così è avvenuto spesso nei rapporti fra Usa e Israele, e in particolare fra Trump e Netanyahu, il quale in queste mediazioni è un maestro insuperabile. Quel che è accaduto ieri a Washington non è dunque né la sanzione di una rottura, né un accordo totale ritrovato, ma una sintonizzazione, una messa a punto dei prossimi passi, che è essenziale fra alleati.

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