
Il 2025 è stato l’anno più “violento” per le comunità ebraiche della diaspora da oltre trent’anni. A lanciare l’allarme è il rapporto annuale della J7 Large Communities’ Task Force Against Antisemitism, organismo che riunisce le principali organizzazioni ebraiche di Stati Uniti, Canada, Regno Unito, Francia, Germania, Australia e Argentina. Il documento descrive un fenomeno che non viene più considerato un’emergenza temporanea, ma una condizione strutturale: “L’antisemitismo non è più un’ondata passeggera, è diventato la nostra nuova normalità”.
Secondo il rapporto, nel corso del 2025 venti persone sono state uccise in attacchi antisemiti nei sette Paesi monitorati, mentre sono stati registrati circa 23.000 episodi di antisemitismo, tra aggressioni fisiche, vandalismi, minacce, molestie e campagne d’odio online. Si tratta del numero più elevato mai rilevato dalla task force e di un incremento significativo rispetto agli anni precedenti.
L’analisi evidenzia come il clima di ostilità verso gli ebrei sia cresciuto in maniera costante dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023 e la successiva guerra nella Striscia di Gaza. Se nei mesi immediatamente successivi il fenomeno era stato interpretato come una reazione contingente al conflitto, oggi gli esperti parlano di una radicalizzazione ormai consolidata, alimentata anche dalla diffusione di contenuti d’odio sulle piattaforme digitali e dall’incapacità, secondo gli autori del rapporto, di governi e social network di contrastare efficacemente il fenomeno.
Tra i dati più significativi emerge la situazione della Germania, che registra il maggior numero assoluto di episodi, mentre l’Australia ha fatto segnare l’incremento percentuale più elevato tra i Paesi analizzati. Anche negli Stati Uniti e in Canada si conferma una crescita delle aggressioni e delle intimidazioni nei confronti di cittadini e istituzioni ebraiche.
Il rapporto chiede ai governi di adottare un approccio più incisivo: rafforzare la sicurezza delle comunità ebraiche, aggiornare gli strumenti legislativi contro i crimini d’odio e imporre alle piattaforme digitali un’applicazione più rigorosa delle proprie regole contro l’incitamento all’odio. “I governi devono smettere di intervenire dopo che gli ebrei vengono attaccati e iniziare ad agire prima”, afferma la dichiarazione congiunta della task force.
Anche Ynet sottolinea come il nuovo rapporto rappresenti un campanello d’allarme per la diaspora ebraica. L’analisi mette in evidenza che il problema non riguarda soltanto la sicurezza fisica, ma anche il crescente senso di isolamento vissuto dalle comunità ebraiche, in particolare nelle università, negli spazi pubblici e sui social media, dove episodi di intimidazione e discriminazione sono diventati sempre più frequenti. Gli autori del documento avvertono che la normalizzazione dell’antisemitismo rischia di compromettere non solo la sicurezza delle comunità ebraiche, ma anche la qualità della convivenza democratica. Per questo chiedono una risposta coordinata delle istituzioni, delle piattaforme digitali e della società civile, sostenendo che contrastare l’odio non rappresenti soltanto una tutela di una minoranza, ma un banco di prova per la tenuta delle democrazie contemporanee.














