
Tu BeAv, la festa ebraica dell’amore, è spesso accostata all’idea dell’incontro, della speranza e della possibilità di costruire un legame. Eppure, esiste anche un amore che vive nell’attesa, nella distanza, nell’inquietudine. È l’amore raccontato da Franz Kafka nelle sue straordinarie Lettere a Milena, recentemente riproposte da Feltrinelli, una delle raccolte epistolari più intense della letteratura del Novecento. L’incontro tra Kafka e Milena Jesenská avviene nel 1920. Lei è una brillante giornalista ceca, sposata, che sta traducendo le sue opere. Tra i due nasce un dialogo profondo, alimentato quasi esclusivamente dalle lettere. È un rapporto che non riuscirà mai a trasformarsi in una vita condivisa, ma che diventerà uno dei grandi racconti d’amore della modernità.
Le lettere mostrano un Kafka diverso dall’autore enigmatico del Processo o del Castello. Qui non ci sono allegorie né processi senza fine: c’è un uomo che espone le proprie paure, la propria fragilità e il desiderio di essere finalmente compreso. Ogni pagina è una ricerca di autenticità, un tentativo di dare un nome alle emozioni. Ma leggere Kafka significa inevitabilmente confrontarsi anche con la sua identità ebraica.
Nato a Praga nel 1883 in una famiglia ebraica di lingua tedesca, Kafka visse in una condizione di costante pluralità culturale. Era ebreo in una società prevalentemente cristiana, parlava tedesco in una città a maggioranza ceca e apparteneva a una borghesia assimilata che spesso viveva con ambivalenza il proprio rapporto con la tradizione. Questo senso di “non appartenenza” attraversa tutta la sua opera.
Negli ultimi anni della sua vita Kafka si avvicinò con maggiore interesse all’ebraismo. Studiò l’ebraico, frequentò ambienti sionisti e coltivò il progetto – mai realizzato – di trasferirsi in Terra d’Israele. Non si trattò di una conversione improvvisa, ma della ricerca di una casa spirituale e culturale in cui riconoscersi. Anche nelle Lettere a Milena questa ricerca emerge, seppure indirettamente. La difficoltà di trovare un luogo nel mondo, il desiderio di essere accolto e la tensione continua tra vicinanza e distanza riflettono interrogativi che non sono soltanto personali, ma anche identitari.
Per questo motivo proporre Lettere a Milena in occasione di Tu BeAv assume un significato particolare. La tradizione ebraica non celebra l’amore come semplice sentimento romantico, ma come relazione costruita sul dialogo, sull’ascolto e sulla responsabilità reciproca. Le lettere di Kafka, pur raccontando una storia destinata a non compiersi, mostrano proprio il valore della parola come ponte tra due persone. Tra le pagine più celebri della raccolta compare una frase destinata a entrare nell’immaginario di molti lettori: “Tu sei per me il coltello col quale frugo dentro me stesso”. È una delle dichiarazioni più potenti scritte da Kafka, perché racchiude la sua idea dell’amore: non un rifugio rassicurante, ma una forza capace di scavare nell’animo umano, di mettere a nudo ogni fragilità. Non è un caso che David Grossman abbia scelto proprio queste parole come titolo del suo romanzo Che tu sia per me il coltello (1988), un’opera che, pur autonoma, dialoga idealmente con l’universo kafkiano e con quella concezione dell’amore come esperienza radicale di conoscenza di sé e dell’altro.
Così, in un’epoca dominata dalla comunicazione istantanea, Kafka ci ricorda che scrivere una lettera significa fermarsi, riflettere, esporsi senza filtri. È un gesto di fiducia verso l’altro. Per Kafka, uomo sospeso tra lingue, culture e identità, l’amore fu anche una forma di ricerca. E le sue lettere restano una testimonianza preziosa non solo della grande letteratura europea, ma anche del complesso percorso di un autore ebreo che cercò, fino alla fine della sua vita, un senso di appartenenza.













