
Il Maimonide (Cordova, 1138-1204, Il Cairo) nel Mishnè Torà (Hilkhòt Yesodè Ha-Torà, cap. 5:1) cita un versetto dalla nostra parashà. Egli scrive: “L’intera casa d’Israele ha il comandamento di santificare il grande nome (di Dio), come è detto (Vaykrà, 22:32): «Sarò santificato in mezzo ai figli d’Israele» (Kiddùsh Hashem). Inoltre, è stato loro comandato di non profanarlo, come è detto (nel versetto sopra citato): «Non profanate il Mio santo nome» (Chillùl Hashem). Per esempio: Se un gentile decidesse di costringere un ebreo a violare uno dei comandamenti della Torà, pena la morte, dovrebbe violare il comandamento piuttosto che essere ucciso, perché riguardo alle mitzvòt è detto: (Vaykrà, 18:5): «che l’uomo osserverà e vivrà per mezzo di esse». [Sono state date affinché] si possa vivere per mezzo di esse e non morire a causa di esse. Se una persona muore piuttosto che trasgredire, è ritenuta responsabile della propria vita”.
Nel seguente paragrafo è scritto: “Questa regola vale per tutte le mitzvòt, ad eccezione di ‘avodà zarà (adorare altre divinità), di rapporti sessuali proibiti e dell’omicidio. Per quanto concerne questi tre peccati, se a una persona viene dato questo ordine: «Trasgredisci uno di essi, oppure sarai ucciso», essa deve sacrificare la propria vita piuttosto che trasgredire” (ibid., 5:2).
In un paragrafo più in là è scritto: “Vi sono altre azioni che rientrano anch’esse nella categoria della profanazione del Nome [di Dio], qualora vengano compiute da una persona di grande statura nella Torà, rinomata per la sua religiosità; si tratta, cioè, di azioni che, sebbene non costituiscano trasgressioni, inducono le persone a parlarne in termini denigratori. Anche questo costituisce una profanazione del Nome [di Dio]. Un esempio è quello di colui che acquista della merce e non la paga subito, pur disponendo del denaro necessario, cosicché i venditori ne reclamano il pagamento ed egli lo rimanda; (un altro esempio è quello di) colui che indulge in scherzi in modo smodato; oppure colui che mangia e beve in prossimità o in mezzo alla gente comune; o ancora, colui la cui condotta nei confronti degli altri non è affabile, che non li accoglie con volto benevolo, bensì litiga con loro e sfoga la propria ira; e azioni simili. Tutto dipende dalla statura del saggio: [la misura in cui] egli deve vigilare su se stesso e andare oltre il rigore della legge” [è proporzionale al livello della sua statura nella Torà] (ibid., 5:12).
E poi vi è anche il “Chillùl Hashem”, profanazione del Nome di Dio, quando ci si comporta in modo tale che i gentili sparlano degli ebrei.
R. Hershel Schachter (Scranton, 1941-) in Insight and Attitudes (p.165) in una derashà intitolata “Chillùl Hashem”, cita r. Yitzchak Elchanan Spector (Belarus, 1817-1896, Kaunas) che citò il passo talmudico (Yevamòt, 61a) dove è detto: “Voi siete chiamati Adàm e le nazioni del mondo non sono chiamate Adàm”. R. Spector spiegò la differenza tra le parole “Adàm, Ish, Enòsh e Ghèver” che sono omonimi nel senso che si traducono tutte e quattro con la parola “Uomo”. La differenza tra di esse è che “Adàm” non ha plurale mentre “Ish”, “Enòsh” e “Ghèver” hanno il plurale (anashìm, ghevarìm). Riguardo al popolo ebraico, è detto “Voi siete chiamati Adàm” al singolare, perché siamo un’unità. L’individuo ebreo rappresenta l’intera nazione perché riguardo agli ebrei vi è il principio della “‘arevùt” cioè che “Tutti gli ebrei sono responsabili l’uno con l’altro” (Trattato Shevu’ot, 39a, ultima riga). Un ebreo che si comporta in modo improprio porta disgrazia a tutta la nazione e alla sua religione perché siamo tutti un’unità chiamata “Adàm”.















