
Nahum Goldmann (Višneva 10-7-1895, Baviera 29-8-1982) fu cofondatore e Presidente del Congresso Mondiale Ebraico (WJC). Negli anni Trenta, Goldmann comprese prima di molti altri il pericolo esistenziale rappresentato dall’ascesa di Hitler e nel 1936, a Ginevra, diede vita al WJC con l’obiettivo di creare un fronte unito che potesse interloquire con i governi mondiali. La sua visione superava il concetto di filantropia: voleva un organismo politico capace di difendere gli interessi ebraici su scala internazionale. Il contributo più significativo di Goldmann fu la negoziazione dell’Accordo di Lussemburgo del 1952. Nonostante le feroci opposizioni interne sia in Israele che nel mondo ebraico, Goldmann scelse la via del dialogo con il Cancelliere Konrad Adenauer. Questi accordi non furono solo un indennizzo economico fondamentale per la sopravvivenza del giovane Stato d’Israele, ma segnarono l’inizio di un complesso processo di riconoscimento morale delle responsabilità tedesche.
Il rapporto tra Goldmann e la leadership israeliana, in particolare con David Ben Gurion, rimase spesso teso a causa della sua visione eterodossa del sionismo. Goldmann non accettava l’idea che lo Stato d’Israele dovesse essere l’unico centro dell’esperienza ebraica, né condivideva l’approccio puramente militare alla sicurezza nazionale. Egli auspicava un Israele che fungesse da centro spirituale e culturale per tutta la diaspora, mantenendo una posizione di neutralità diplomatica simile a quella svizzera.
Goldmann rimane oggi il simbolo di un ebraismo che non rinuncia alla propria complessità, cercando costantemente un equilibrio tra il dovere della memoria e la necessità di costruire un futuro di convivenza pacifica.
Queste le sue parole nel libro autobiografico “Il paradosso ebraico”: Israele non deve essere solo un’entità politica o militare, ma un faro etico capace di dare senso alla vita degli ebrei in tutto il mondo.
Foto e dati anagrafici dall’Archivio Storico della Comunità Ebraica di Roma “Giancarlo Spizzichino”















