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    Cultura

    “Anno Zero”: frattura, identità e memoria al Museo d’Arte di Tel Aviv

    La mostra “Year Zero”, “Anno Zero”, allestita al Museo d’Arte di Tel Aviv per celebrare l’80° anniversario della fine della Seconda guerra mondiale, ha acquisito nelle ultime settimane un nuovo e inesplorato spazio di riflessione. Nelle sale del Yehuda Assia Pavilion del Paulson Family Foundation Building, la curatrice Noa Rosenberg propone con saggezza una interpretazione del fragile confine tra la distruzione e il rinnovamento utilizzando 150 opere della collezione permanente e prestiti importanti per documentare e testimoniare una memorabile operazione di salvataggio culturale. L’esposizione, visitabile fino al 30 maggio, ruota attorno all’operato di Karl Schwarz, primo direttore del Museo che, alla fine degli anni ’30 del secolo scorso, mentre l’Europa si avvicinava alla pagina più nera della sua storia, intraprese in gran fretta numerosi viaggi attraverso il continente per individuare e mettere in sicurezza significative opere d’arte a rischio di scomparsa per l’ascesa del nazismo. L’episodio emblematico e centrale nella narrazione è il tentativo di Karl Schwarz di recuperare e salvare un dipinto che ricordava di averlo visto in gioventù a Berlino: lo rintracciò ad Amsterdam, con preoccupazione e lungimiranza, riuscì a convincere il proprietario a inviarlo a Tel Aviv garantendone la sopravvivenza. Non si trattò di un caso isolato: tra il 1933 e il 1945 Karl Schwarz contribuì a salvare migliaia di opere, molte delle quali divennero il nucleo originario della collezione di arte moderna del Museo.

    Il titolo scelto da Noa Rosenberg evoca l’azzeramento, il crollo e l’inizio che ha caratterizzato l’arte nel periodo successivo alla Seconda guerra mondiale quando gli artisti, le istituzioni e i collezionisti si sono trovati ad affrontare un panorama culturale segnato da devastazione, perdita e dispersione La mostra interpreta questo ‘punto zero’ come il mezzo attraverso cui l’identità viene ricreata e la memoria ricostruita, le opere esposte riflettono così “frattura, identità e memoria”, soprattutto attraverso la lente del modernismo ebraico ed europeo. I quadri, le litografie e i documenti, molti dei quali raramente visibili, ripercorrono le vite di grandi maestri che furono segnate da esilio, persecuzione o migrazioni da Marc Chagall, a Käthe Kollwitz a Alexander Archipenko a Maurycy Minkowski personalità emblematiche delle diverse correnti del modernismo del primo Novecento, tutte accomunate dalla frattura storica dei pogrom, delle guerre, della Shoah e della violenza antisemita che hanno saputo trasporre il trauma in linguaggio visivo.

    Il Museo d’Arte di Tel Aviv è entrato tra i 100 musei più visitati al mondo nel 2025, conquistando il 77° posto nella classifica globale stilata da The Art Newspaper. Un risultato significativo, soprattutto alla luce delle difficoltà legate al contesto geopolitico che ha segnato profondamente il Paese negli ultimi anni. Secondo i dati ufficiali, l’istituzione ha registrato oltre un milione di visitatori, con un calo del 5% rispetto al 2024 ma un aumento del 24% rispetto al periodo pre-pandemico del 2019. Numeri che testimoniano una resilienza culturale rara in un momento storico complesso. Il risultato assume ancora più rilievo se si considera che il Museo è rimasto chiuso per diversi giorni per sicurezza, con un calendario espositivo fortemente condizionato dalla guerra. Nonostante ciò, è riuscito a mantenere una programmazione di alto livello, attirando pubblico locale e internazionale. “Contro ogni previsione siamo riusciti a proporre mostre di qualità e a richiamare un vasto pubblico”, ha dichiarato la direttrice Tania Coen-Uzielli, sottolineando come il Museo sia diventato un vero e proprio “ancoraggio culturale” per la società israeliana. Negli ultimi anni, infatti, l’istituzione ha dovuto affrontare sfide straordinarie: dalla sospensione delle collaborazioni internazionali dopo il conflitto del 2023, alla necessità di mettere in sicurezza le opere e riorganizzare gli spazi espositivi. In alcuni momenti, la piazza antistante il Museo ha ospitato manifestazioni e iniziative civili legate alla crisi in corso. Nonostante le difficoltà, il Museo ha saputo reinventarsi, integrando mostre d’arte con eventi musicali e teatrali e rafforzando il proprio ruolo nel tessuto sociale. Un segnale di come la cultura possa resistere e adattarsi anche in condizioni estreme. Nel panorama globale, dominato da giganti come il Louvre, i Musei Vaticani e il British Museum, la presenza del museo israeliano rappresenta un caso emblematico di tenuta e rilancio culturale. In anni segnati da instabilità e crisi, il riconoscimento ottenuto dal Museo d’Arte di Tel Aviv dimostra che l’arte continua a essere non solo un motore di attrazione globale, ma anche uno spazio di resistenza e coesione sociale.

     

    Photo credit allestimento mostra: Elad Sarig

    Photo credit: Tel Aviv Museum of Art

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