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    Cultura

    L’amore ardente di Israele nelle fotografie di Karel Cudlín in mostra a Praga

    “Burning Love: Israel Through the Lens of Karel Cudlín”, “Amore ardente: Israele attraverso l’obiettivo di Karel Cudlín” è il titolo della mostra allestita nella Sinagoga Klausen del Museo ebraico di Praga che offre uno sguardo intenso e stratificato sullo Stato d’Israele, un viaggio visivo e umano, in cui la fotografia diventa strumento di comprensione e testimonianza, un racconto che senza urlare lascia un segno profondo.

    L’esposizione raccoglie circa duecento immagini realizzate dal fotografo ceco Karel Cudlín tra il 1996 e il 2026, componendo un racconto che oscilla tra quotidianità e tensione, intimità e conflitto. Fin dalle prime opere, il visitatore è immerso in una narrazione lontana dagli stereotipi: Karel Cudlín evita la retorica del sensazionalismo per proporre un mosaico di gesti quotidiani, di famiglie, soldati, anziani, bambini, scene di strada. Le fotografie attraversano luoghi simbolici e periferici, dalle alture del Golan al deserto del Negev, restituendo una geografia emotiva di grande suggestione.

    L’espressione “Burning Love” vuole suggerire una doppia chiave di lettura: da un lato l’attaccamento profondo, quasi viscerale, alla terra e alla vita, dall’altro la tensione costante in cui vive il popolo d’Israele; questa ambivalenza emerge chiaramente negli scatti, in cui momenti di serenità convivono con segnali di precarietà e di guerra.

    Karel Cudlín, con il suo bianco e nero rigoroso, riesce a congelare attimi sospesi, lasciando allo spettatore il compito di interpretarli. L’allestimento valorizza il ritmo narrativo delle immagini, organizzate in sequenze tematiche e non cronologiche, in cui passato e presente si intrecciano. I curatori, che hanno lavorato in collaborazione con il collettivo fotografico 400 ASA, puntano a evidenziare la coerenza dello sguardo dell’autore più che la sua evoluzione stilistica. Karel Cudlín si avvicina ai soggetti con delicatezza e discrezione, senza mai invadere lo spazio personale, producendo immagini di grande intensità emotiva, in cui il visitatore stabilisce una relazione diretta con i volti e con le storie rappresentate. Non ci sono didascalie invasive: le fotografie sono chiare, lasciano spazio a interpretazioni multiple. A corredo della mostra è stato pubblicato un volume che approfondisce il progetto espositivo, con testi dello scrittore israeliano Tsur Shezaf e con riflessioni letterarie che dialogano con la forza visiva degli scatti.

    La Sinagoga Klausen, nelle immediate vicinanze del Vecchio cimitero ebraico di Praga, è stata edificata nel periodo barocco, era la più grande del ghetto e la seconda per importanza della comunità ebraica di Praga, accoglie l’esposizione permanente del Museo ebraico intitolata: “Usi e costumi ebraici”. In origine la sinagoga era composta da tre edifici, costruiti alla fine del XVI secolo dal celebre cittadino ebreo Mordechai Maisel, un’area, ospitava la scuola di Talmud fondata dal Marahal di Praga, il rabbino Yehuda Loew, una seconda area era dedicata alle preghiere e la terza area era destinata al mikvè, bagno rituale, e alla cura dei malati. L’edificio attuale risale al periodo successivo all’incendio che distrusse l’intero ghetto ebraico di Praga e fu completato nel 1694, non è stato danneggiato significativamente durante la Seconda guerra mondiale.

    Photo credit: Karel Cudlín

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