
Un affascinante frammento di vita quotidiana emerge dalla Genizah del Cairo: i manoscritti conservati per secoli nella sinagoga Ben Ezra di Fustat rivelano come, circa mille anni fa, i bambini ebrei del mondo islamico medievale imparassero a scrivere in ebraico. Tra i materiali ritrovati figurano numerosi quaderni scolastici dell’epoca: fogli con l’alfabeto ripetuto più volte, talvolta accompagnato da disegni infantili, oppure singole lettere riprodotte in forme diverse o con le vocalizzazioni. Alcune lettere apparivano ingrandite, incorniciate o colorate, segno che già allora gli insegnanti cercavano di rendere l’apprendimento più efficace e coinvolgente.

Oltre alla semplice copiatura dell’alfabeto, maestri e allievi medievali idearono un sistema più elaborato: frasi in rima costruite in modo da contenere, una sola volta ciascuna, tutte le lettere dell’alfabeto ebraico. Copiando questi versi, i bambini esercitavano l’intero alfabeto senza limitarsi a un elenco meccanico. Tra i frammenti della Genizah se ne conservano decine di esempi, noti agli studiosi da decenni.
Questi versi non erano solo esercizi tecnici: veicolavano anche messaggi educativi. Uno invitava il bambino a svegliarsi presto e a non essere pigro; un altro affermava che il desiderio di conoscenza è un dono divino e che il sapere vale più dell’argento. Quest’ultima frase è stata individuata dalla professoressa Shulamit Elizur, esperta di poesia liturgica ebraica all’Università Ebraica di Gerusalemme, in un frammento conservato a Cambridge. La studiosa sottolinea come questi esercizi unissero l’addestramento alla scrittura a un invito alla costanza nello studio e alla priorità della conoscenza sui beni materiali.
Foto credit: Cambridge University













