
Alcuni artisti che se ne vanno lasciano solo le loro canzoni. E poi ci sono artisti, che, quando si spengono, lasciano domande. Leonard Cohen appartiene a questa seconda, rarissima categoria. Domande sull’amore, sulla fede, sul tradimento, sulla morte, sulla possibilità di trovare un po’ di luce dentro le crepe dell’esistenza. Il 7 novembre 2016, a Los Angeles, si spegneva a 82 anni uno dei più grandi poeti del Novecento. Dieci anni dopo, la sua voce profonda, roca, quasi cavernosa, continua a parlarci con una familiarità sorprendente. Come se non se ne fosse mai andata. “Le carogne vivono a lungo, i poeti muoiono presto”, diceva Enzo Jannacci. Ma i poeti, potremmo aggiungere, vivono per sempre. Basta aprire una pagina, mettere un vinile sul giradischi, lasciarsi attraversare da una voce. E Cohen, improvvisamente, torna a farsi sentire.
Era nato a Montréal il 21 settembre 1934, in una famiglia di ebrei di origine lituana e polacca. La sua formazione affondava le radici nella Torah, nella tradizione religiosa, nella cultura yiddish e nella poesia. Non era un musicista prestato alla letteratura, ma un poeta che a un certo punto aveva trovato nella musica un’altra possibilità di scrittura. Prima dei palcoscenici, prima della fama internazionale, c’erano stati i versi di Let Us Compare Mythologies, pubblicato nel 1956, e i romanzi The Favourite Game e Beautiful Losers. Poi, nel 1967, l’esordio discografico con Songs of Leonard Cohen. Aveva già quasi 33 anni. Un’età insolita per diventare una rockstar, ma perfetta per un uomo che sembrava arrivare da un altro secolo.
Da allora la sua opera ha attraversato quasi cinquant’anni di musica, con quattordici album in studio, romanzi, raccolte poetiche e una quantità di canzoni che hanno superato persino la popolarità del loro autore. Suzanne, Bird on the Wire, Famous Blue Raincoat, So Long, Marianne, Dance Me to the End of Love, I’m Your Man, Anthem. E naturalmente la famosa Hallelujah, forse la canzone più fraintesa e insieme più amata del suo repertorio. Perché Cohen non è mai stato soltanto il cantore della malinconia. La sua scrittura ha sempre abitato una terra di confine: tra sacro e profano, desiderio, rinuncia e preghiera. L’amore, nelle sue canzoni, è una forma di conoscenza che passa attraverso la perdita, il corpo, la gelosia, l’abbandono.
In Hallelujah, pubblicata nel 1984, la dimensione biblica e quella sensuale si intrecciano in un canto che non offre risposte. È un inno alla fragilità umana, una preghiera pronunciata da chi conosce il fallimento e non rinuncia comunque a cercare il sacro. Cohen impiegò anni per scriverla, elaborando decine di strofe. La versione che conosciamo è soltanto una parte di un lavoro molto più ampio. La consacrazione planetaria arrivò soprattutto attraverso l’interpretazione di Jeff Buckley, ma nessuna delle centinaia di versioni successive è riuscita a cancellare l’originale.
Il suo universo era anche profondamente ebraico. La memoria della Shoah, le preghiere, i profeti, il rapporto con Israele e con la tradizione religiosa attraversano la sua produzione. In Who by Fire, ispirata alla preghiera dello Yom Kippur, Cohen riprende il tema del destino umano e della morte. In Story of Isaac rilegge il sacrificio biblico mettendo in discussione la violenza esercitata in nome dell’obbedienza. In The Partisan restituisce invece la voce a chi resiste alla sopraffazione. Non c’è mai stata, nella sua opera, una separazione netta tra la storia collettiva e la ferita individuale. Eppure Cohen non fu un uomo di certezze.
Anche la sua ironia, del resto, non lo abbandonò mai. Anche quando parlava della morte, riusciva a sottrarsi alla solennità. Poco prima di morire aveva pubblicato “You Want It Darker”, un disco straordinario, attraversato da un senso di congedo. La canzone che gli dà il titolo sembra una conversazione con Dio, un’accettazione dolorosa e insieme lucidissima della fine. “Hineni”, ripete Cohen: “Eccomi”. Una parola della tradizione biblica, pronunciata da Abramo, Mosè e Samuele quando vengono chiamati. Non una resa, ma una disponibilità a rispondere ancora una volta alla chiamata. Morì il 7 novembre 2016. Il mondo lo seppe qualche giorno dopo. La sua ultima opera non fu però un addio definitivo. Nel 2019, grazie al figlio Adam, uscì “Thanks for the Dance”, un album postumo costruito a partire da registrazioni vocali e materiali lasciati dal padre. Nove canzoni che sembrano provenire da una stanza lontana, con la voce di Cohen sospesa tra chitarre, archi e atmosfere essenziali. Un testamento artistico e spirituale che restituisce intatta la sua capacità di trasformare la fragilità in bellezza.
Adesso, a dieci anni dalla scomparsa, quel titolo diventa anche il nome di un’importante operazione editoriale italiana. Mondadori pubblicherà infatti “Thanks for the Dance”, un volume che raccoglie l’intera produzione poetica e musicale di Cohen dal 1956 al 2016, nella traduzione di Giancarlo De Cataldo. Un’opera attesa da tempo, destinata a restituire ai lettori italiani la complessità di un autore che non può essere ridotto alla sua carriera discografica. Nella prefazione, De Cataldo racconta anche il proprio incontro giovanile con Cohen, quando scoprì che si poteva essere contemporaneamente poeti e cantautori, degni della stessa considerazione riservata ai grandi della letteratura. Anche il mondo della musica si prepara a ricordarlo. L’iniziativa più significativa è probabilmente Everybody Knows, il primo tour ufficiale di omaggio organizzato dalla famiglia dopo il grande concerto commemorativo del 2017 a Montréal. A guidarlo è proprio Adam Cohen, che condividerà il palco per la prima volta con il figlio, nipote di Leonard. Un passaggio generazionale che assume un significato particolare: le canzoni del nonno affidate alla voce e alla sensibilità di due generazioni successive. Il progetto intreccia musica, fotografie d’archivio e materiali cinematografici, con una componente visiva curata dallo studio canadese Moment Factory.
Cohen aveva una voce che sembrava consumata da troppe notti e troppe sigarette, ma che negli ultimi anni era diventata ancora più profonda, quasi liturgica. Sul palco si presentava spesso in ginocchio, togliendosi il cappello davanti ai musicisti, al pubblico, alle proprie canzoni. Un gesto di gratitudine e di umiltà che contrastava con la sua fama di artista enigmatico e distante. In fondo, Leonard Cohen ha trascorso tutta la vita cercando di conciliare l’inconciliabile: la carne e lo spirito, la fede e il dubbio, la solitudine e il bisogno dell’altro. Non ha mai preteso di trovare una soluzione. Ha preferito raccontare il viaggio. C’è un verso di Anthem che forse contiene il senso più profondo della sua opera: “C’è una crepa in ogni cosa, è così che entra la luce”. È diventato quasi un manifesto, una frase citata e condivisa milioni di volte. Ma nelle mani di Cohen non era una formula consolatoria. Era una dichiarazione di poetica: la bellezza non nasce dalla perfezione, ma dalle ferite; la luce non cancella il buio, lo attraversa. Dieci anni dopo, il mondo continua ad ascoltarlo. E forse è questo il modo più autentico di celebrarlo: non trasformarlo in un monumento, non imbalsamarlo nella nostalgia, ma tornare alle sue canzoni, ai suoi versi, alle sue domande. Perché Leonard Cohen non ci ha lasciato risposte. Ci ha lasciato una voce per continuare a cercarle. Ma, soprattutto, ci ha lasciato un ballo. Anche quando la musica sembrava finita.
Credit: Foto di Takahiro Kyono / CC BY 2.0, via Wikimedia Commons













