
I sospetti di corruzione
Si approfondiscono i sospetti di finanziamenti stranieri sulla straordinaria crescita del voto arabo nelle elezioni israeliane appena concluse. David Zini, direttore dello Shin Bet, il servizio di sicurezza interna, ha parlato di finanziamenti giganteschi e ha paragonato la scoperta di queste presunte interferenze straniere a situazioni drammatiche per lo Stato di Israele come il 7 ottobre. L’inchiesta prosegue, anche se il procuratore generale Gali Baharav-Miara ha rifiutato la richiesta di Zini di interrogare i capi delle liste arabe, che sarebbero stati i beneficiari della corruzione. Tutti gli altri partiti hanno sottolineato la necessità di fare chiarezza, senza criminalizzare la minoranza araba; ma sulla rilevanza delle irregolarità e sulle loro conseguenze, la polemica politica è aspra.
Le consultazioni di Herzog
Nel frattempo, però, la Commissione elettorale, in assenza di accuse specifiche e localizzate sui risultati di seggi determinati, ha deciso di convalidare le elezioni ed è iniziato il processo costituzionale di formazione del nuovo governo. Il presidente Isaac Herzog ha sentito fra mercoledì e giovedì le delegazioni di tutte le liste presenti alla Knesset e poi ha fatto una dichiarazione piuttosto inconsueta: “Ho incontrato i rappresentanti di tutte le fazioni. Le discussioni sono state aperte, franche e a tratti incisive. Ho posto domande difficili nel tentativo di incoraggiare sia i partiti politici che l’opinione pubblica a liberarsi da schemi mentali radicati e ad aprirsi ad altre possibilità. La situazione attuale è la seguente: i rappresentanti di 67 membri della Knesset hanno raccomandato Gadi Eisenkot, presidente del partito Yashar!, mentre i rappresentanti di 46 membri della Knesset hanno raccomandato il Primo Ministro Benjamin Netanyahu, presidente del partito Likud. I risultati di queste consultazioni sembrano, a prima vista, chiari. Tuttavia, l’autorità conferitami dalla legge mi impone di stabilire chi ha la capacità di formare un governo. Tale capacità rimane alquanto incerta, dati i reciproci rifiuti di cooperare tra i blocchi politici, nonché le divisioni interne agli stessi blocchi. Intendo chiarire la questione in modo diretto e rapido attraverso colloqui personali con alcuni leader dei partiti. Intendo conferire il mandato per la formazione del governo domenica prossima”.
I partiti arabi determinanti?
La logica politica di questo rinvio dell’incarico sta in una situazione politica piuttosto complicata. I 67 seggi a disposizione di Eisenkot comprendono 19 deputati dei partiti arabi, senza i quali non c’è la maggioranza. Ora i leader di queste liste, anche a colloquio con Herzog, hanno rifiutato sia di definire e condannare Hamas come gruppo terrorista (che era una delle quattro condizioni stabilite dallo stesso Eisenkot per entrare nell’area della sua maggioranza) sia addirittura di assicurare che avrebbero appoggiato il governo nel caso non certo improbabile di una nuova esplosione della guerra con l’Iran. Inoltre sono i principali indagati nella vicenda della corruzione elettorale. Alcuni leader della coalizione di Eisenkot, in particolare Bennett e Lieberman, prima del voto si erano inoltre solennemente impegnati con gli elettori a non costituire mai un governo con questi partiti, neanche sotto forma di un governo di minoranza dipendente dall’astensione araba. Si tratta di una soluzione molto difficile ed evidentemente molto fragile.
I partiti religiosi cambiano fronte?
Sul fronte opposto, c’è un altro problema: i rappresentanti del partito religioso askenazita United Torah Judaism (7 seggi) hanno rifiutato di designare Netanyahu nelle consultazioni e sembrano pronti a passare nel fronte opposto, in cambio di una legge favorevole all’esenzione dal servizio militare degli studenti delle scuole talmudiche; hanno ricevuto rassicurazioni in questo senso da alcuni membri dell’attuale opposizione, in particolare da Lieberman. In questo cambio di fronte potrebbero essere seguiti prima o poi dal partito religioso sefardita Shas (6 seggi). Se tutti i religiosi (charedim) votassero in questa maniera, ci sarebbe una maggioranza di un voto per il nuovo governo. Ma ci sono forti dissensi al loro interno rispetto a una soluzione del genere, per cui la maggioranza non è affatto garantita. Anche fra i partiti dell’attuale opposizione c’è dissenso, perché concedere ai charedim una legge di esenzione dal servizio militare sarebbe una clamorosa smentita di uno degli impegni principali dell’opposizione alle elezioni: Bennett, per esempio, aveva definito continuamente la sua coalizione come la rappresentanza di coloro che fanno il servizio militare, contro gli evasori (i religiosi).
Due piani o forse tre
In realtà nel fronte anti-Netanyahu ci sono due disegni contrapposti: da un lato Lieberman, forte della sua mediazione coi religiosi, punta a fare lui il primo ministro, almeno per la prima parte della legislatura all’interno di un accordo di rotazione; o magari vuole nuove elezioni, da cui spera un risultato migliore, se Eisenkot fallisse. Dall’altro Eisenkot, con l’appoggio dei Democratici, punta a un governo di minoranza con l’astensione araba. In mezzo sta Bennett, che per ora tace e cerca forse di costruire una mediazione che riporterebbe lui al vertice del governo. In mezzo a tutto ciò sta Herzog, che ha visto perdere quota alla soluzione che gli sembra più ragionevole, un governo di unità nazionale con Netanyahu e i partiti ebraici dell’attuale opposizione (salvo i Democratici, che non ci starebbero).
La presidenza della Knesset
Dato il labirinto delle diverse posizioni e ambizioni, non è detto che l’incarico di domenica (molto probabilmente attribuito ad Eisenkot) indichi davvero il prossimo primo ministro. Nuovi colpi di scena sono possibili, e potrebbero verificarsi in particolare quando (forse a metà della settimana prossima) la Knesset si riunirà e potrà eleggere il suo nuovo presidente. La tradizione parlamentare israeliana rinvia questo passaggio alla formazione del governo, per evitare un presidente della Knesset non in sintonia con il governo e la maggioranza parlamentare che si sarà formata. Ma fra i partiti anti-Netanyahu può prevalere il progetto di forzare la situazione, in maniera da rendere assai difficile un governo di unità nazionale.
Foto: Yigal Slavin














