
Nel piccolo centro di Radun, nell’attuale Bielorussia occidentale, la storica yeshiva fondata nel 1869 dal rabbino Israel Meir Kagan, conosciuto come il Chafetz Chaim, ha riaperto ufficialmente le sue porte. L’edificio, che prima della Seconda guerra mondiale ospitava circa 300 studenti, è stato restaurato e riconsegnato alla sua funzione originaria: lo studio della Torah. La riapertura è stata celebrata con una cerimonia che ha riunito circa cento rabbini provenienti da diversi Paesi, tra cui Israele, Stati Uniti, Regno Unito e Francia. A guidare il progetto è stato il rabbino canadese Dovid Hofstedter, fondatore dell’organizzazione Dirshu, insieme a Moshe Fhima, direttore dei progetti di Yad Yisroel, associazione impegnata nel rafforzamento della vita ebraica in Bielorussia.
L’iniziativa è nata dopo una visita di Hofstedter a Radin, cinque anni fa. In quell’occasione, il rabbino scoprì che l’antica yeshiva era stata trasformata in un teatro, con palcoscenico e poltrone rosse. La storia ebraica dell’edificio era ormai quasi sconosciuta agli abitanti del luogo, in una cittadina dove oggi non vive più una comunità ebraica.
Nel 2025, Yad Yisroel ha acquistato la struttura dal municipio, avviando un intervento di recupero che ha interessato il tetto, le finestre e gli spazi interni. Sono stati ricostruiti l’arca per i rotoli della Torah, i leggii e le sedie in legno che caratterizzavano la yeshiva prima della guerra. Una biblioteca di testi ebraici è inoltre in fase di trasferimento da Israele.
La storia dell’istituzione si intreccia con le tragedie del Novecento. La yeshiva chiuse allo scoppio della Seconda guerra mondiale, dopo l’occupazione sovietica e la confisca dell’edificio. Nel 1941, con l’arrivo dei nazisti, la comunità ebraica di Radin fu devastata: oltre duemila ebrei della cittadina e dei villaggi circostanti vennero internati nel ghetto e la maggior parte fu assassinata dai tedeschi e dalla polizia locale.
Alcuni studenti riuscirono a fuggire in Giappone, mentre il rabbino Mendel Zaks, genero del Chafetz Chaim e allora alla guida della yeshiva, riparò negli Stati Uniti, dove l’istituzione venne ricostituita a New York. Negli anni Cinquanta si trasferì a Suffern, nello Stato di New York, dove è tuttora attiva.
Il ritorno della yeshiva a Radin non vuole però essere soltanto un omaggio al passato. L’obiettivo, ha spiegato Hofstedter, è farne un luogo di studio vivo, capace di trasmettere gli insegnamenti del Chafetz Chaim alle nuove generazioni. Il rabbino, i cui genitori sopravvissero alla Shoah, ha sottolineato la volontà di garantire una continuità spirituale e culturale, evitando che l’edificio diventi esclusivamente un museo.
Il progetto guarda anche alla comunità ebraica bielorussa, oggi stimata tra le 30 e le 50 mila persone, in gran parte laiche. La yeshiva potrebbe diventare un punto di riferimento per quanti desiderano riscoprire le proprie radici, oltre ad accogliere studenti e visitatori provenienti dall’estero, attratti dalla figura del Chafetz Chaim e dal suo insegnamento.
Nato nel 1838 e morto nel 1933, il Chafetz Chaim è considerato uno dei più importanti maestri dell’ebraismo ortodosso. Le sue opere, dedicate alla legge e all’etica ebraica, sono particolarmente note per l’insegnamento sul lashon hara, il divieto di parlare negativamente degli altri.
La riapertura di Radin si inserisce in un più ampio movimento di riscoperta del patrimonio ebraico della Bielorussia e della Lituania storica. Nel 2024, anche la celebre yeshiva di Volozhin, fondata nel 1803, è stata riaperta come museo, dimostrando come questi luoghi possano continuare a suscitare interesse anche in assenza di una comunità ebraica locale numerosa.
A Radin, tuttavia, la scelta è stata quella di guardare oltre la conservazione. Dopo decenni di silenzio, le sale dell’antica yeshiva tornano a riempirsi di studio e preghiera. Non soltanto un edificio restituito alla sua storia, ma una tradizione che riprende il proprio cammino.
Credit: Foto d’archivio / Wikimedia Commons (tratta da “The Chafetz Chaim” di Moses M. Yoshor, Artscroll 1997, nel pubblico dominio).














