
Dall’intelligenza artificiale ai dispositivi di allerta vocale, passando per startup innovative e programmi di accelerazione tecnologica. In Israele il Michal Sela Forum sta sperimentando nuovi strumenti per prevenire la violenza domestica e proteggere donne e bambini. Ne abbiamo parlato con la fondatrice Lili Ben Ami, che dopo una tragedia familiare ha trasformato il dolore in un progetto capace di salvare vite.
Che cosa è il Michal Sela Forum e quali sono i vostri obiettivi?
Il nostro obiettivo è arrivare a zero femminicidi. In questo ambito si utilizzano ancora strumenti e approcci sviluppati decenni fa. Siamo nel 2026: la tecnologia è in grado di individuare comportamenti a rischio e prevenire minacce alla sicurezza. Perché non usarla anche nella prevenzione della violenza domestica? Per questo abbiamo riunito esperti di violenza di genere e professionisti dell’high-tech per sviluppare nuove soluzioni capaci di salvare vite. Il Forum lavora attraverso tre divisioni: tecnologia, protezione e sensibilizzazione, trasformando nuove idee in strumenti concreti per proteggere donne e bambini. Abbiamo già salvato numerose vite. Svolgiamo attività di ricerca e sviluppo: elaboriamo nuove idee e le trasformiamo in prodotti e servizi concreti. In Israele una donna vittima di violenza domestica può rivolgersi a noi e ricevere una protezione salvavita che le consente di mantenere la propria libertà. Anche in Israele i rifugi e i centri di accoglienza salvano vite, ma non sono adatti a tutti. Credo che le donne debbano avere più opzioni oltre ai rifugi. Non dovrebbe essere la vittima a nascondersi. Il nostro obiettivo è permettere alle donne in pericolo di vivere in sicurezza senza rinunciare alla propria libertà. Perché la libertà non ha prezzo.
Il Forum porta il nome di sua sorella Michal. Come nasce questo impegno?
Ero molto legata a mia sorella. Non ho mai visto suo marito alzare la voce, non li ho mai visti litigare e lei non mi aveva mai parlato di violenze. Nel 2019 Michal, assistente sociale e madre di una bambina di appena otto mesi, è stata uccisa dal marito nella loro casa. Solo un’ora e mezza prima dell’omicidio avevo trascorso del tempo con lei senza cogliere alcun campanello d’allarme. Dopo la sua morte avevo bisogno di capire come fosse potuto accadere. Dopo mesi di ricerca ho compreso che Michal avrebbe potuto essere salvata, anche senza quei segnali evidenti che spesso associamo alla violenza domestica. Da quella consapevolezza è nato il Forum.
Ogni anno organizzate un hackathon dedicato a Michal. Come funziona?
Ogni maggio riuniamo per tre giorni circa mille persone tra ingegneri ed esperti in vari campi: esperti di tecnologia, polizia, professionisti del settore legale, assistenti sociali, responsabili dei rifugi e molti altri. Lo facciamo insieme a importanti partner come Google, Meta, Fiverr e Align. I partecipanti vengono divisi in decine di squadre e hanno 24 ore per sviluppare un’idea tecnologica, una startup. Lavorano giorno e notte senza fermarsi. Negli ultimi sei anni abbiamo organizzato sei hackathon, da cui sono nate oltre 400 startup e sei accademie. Infatti, dopo la competizione, selezioniamo dieci progetti e costruiamo per loro un acceleratore attraverso la Michal Sela Academy. A Tel Aviv offriamo tutto ciò di cui hanno bisogno per crescere: formazione, contatti con investitori, marketing e molto altro. Si potrebbe fare anche in Italia.
Quali sono le soluzioni tecnologiche che hanno avuto il maggior impatto?
Un esempio è Paintly, una startup che utilizza l’intelligenza artificiale per aiutare a individuare possibili situazioni di abuso sui minori. Se un insegnante nota comportamenti insoliti o segnali che destano preoccupazione, il sistema analizza i disegni dei bambini e, attraverso l’intelligenza artificiale e altri strumenti tecnologici, fornisce una seconda valutazione basata su indicatori riconosciuti dagli esperti. Un’altra startup è Relyon. È un’app che avrebbe potuto salvare mia sorella. Si tratta di un panic button che permette di chiedere aiuto con la voce senza utilizzare alcun pulsante. Basta pronunciare una parola in codice e il sistema attiva immediatamente i soccorsi condividendo la posizione GPS con una società di sicurezza. C’è poi MedFlag, startup per il sistema sanitario, specializzata nell’analisi predittiva e nella rilevazione precoce di casi di violenza domestica o abusi sessuali. Oggi disponiamo di centinaia di soluzioni e progetti in diverse fasi di sviluppo.
I sistemi di intelligenza artificiale possono generare errori, rafforzare pregiudizi o sollevare problemi di privacy. Come affrontate queste sfide?
Non conosco il significato della parola impossibile. Tutto è possibile. Non è un problema: è una sfida. Se siamo riusciti a risolvere enormi questioni legate alla sicurezza nazionale o al Covid, perché non dovremmo riuscire a risolvere problemi che riguardano la vita delle donne? Posso fare un esempio. Abbiamo sviluppato Vibe, uno strumento che funziona su WhatsApp e può aiutare a individuare episodi di violenza verbale nelle chat dei bambini. La privacy è garantita perché è il genitore a scegliere di collegare una chat al sistema. Vibe rileva linguaggi aggressivi e può persino chiedere a un bambino se è sicuro di voler inviare un determinato messaggio. È un modo per monitorare il linguaggio violento del gruppo senza dover leggere l’intera conversazione.
Quali sono oggi gli strumenti disponibili in Israele per contrastare la violenza domestica e come collaborate con le istituzioni?
Se ci sono prove, l’uomo viene arrestato. In altri casi la polizia può indirizzare la donna verso una struttura protetta. Talvolta le autorità contattano direttamente noi quando una donna non vuole trasferirsi in un rifugio ma non può rientrare a casa in sicurezza. In questi casi possiamo offrirle altre forme di protezione, compresi cani addestrati. Lavoriamo costantemente con le autorità.
Cosa succede quando una donna si rivolge a voi?
Quando una donna chiede protezione, le facciamo installare l’app Relyon e le forniamo il Michal’s Watch, una società di sicurezza privata a disposizione per un anno, telecamere di sicurezza, lezioni di autodifesa, assistenza legale e, se necessario, anche un cane addestrato alla protezione. Queste soluzioni sono già state adottate per 1.000 donne e 4.000 bambini. Per salvare le donne serve un approccio olistico.
In Italia c’è chi ritiene che il femminicidio non debba essere distinto dagli altri omicidi. Che cosa ne pensa?
Un omicidio durante una rissa è diverso da un attentato terroristico o da un omicidio che avviene nel contesto della violenza familiare. Le dinamiche sono diverse, così come i segnali e le storie che li precedono. Il femminicidio è un crimine specifico e richiede strumenti specifici. La distinzione è fondamentale per ragioni professionali: garantire giustizia alle vittime e salvare vite umane in futuro. Servono forti deterrenti, pene severe e professionisti in grado di riconoscere i pattern che spesso precedono e caratterizzano questi delitti.
Qual è il suo sogno?
Negli ultimi anni abbiamo costruito tecnologie e soluzioni innovative che stanno salvando vite. Ora il nostro obiettivo è coinvolgere sempre più istituzioni, governi, aziende tecnologiche e organizzazioni internazionali affinché questo modello possa essere adottato anche in altri Paesi. Proteggiamo donne cristiane, musulmane ed ebree. In questo percorso avremmo immenso piacere anche di incontrare Papa Leone XIV, il quale ha a cuore la sicurezza delle persone più vulnerabili. Una simile sinergia ci permetterebbe di alimentare ulteriormente il dialogo interreligioso.
Foto credit: Nir Keidar














