
Le dimissioni di Keir Starmer chiudono una fase importante della politica britannica che interessa anche il rapporto tra la comunità ebraica del Regno Unito e il Labour Party. Un rapporto che va analizzato nella sua complessità, con un’inversione di rotta rispetto alla guida precedente ma con diversi punti rimasti aperti e un’ondata di antisemitismo che, come in gran parte del resto d’Europa, non si arresta.
Quando Starmer ha assunto la guida del Labour nel 2020, il partito usciva da una delle crisi più profonde della sua storia recente. Gli anni della leadership di Jeremy Corbyn avevano prodotto una frattura senza precedenti con l’ebraismo britannico, segnata dalle accuse di antisemitismo che avevano investito il partito e culminate nel rapporto della Equality and Human Rights Commission. Starmer si è impegnato nella ricostruzione di questo legame. Ha accettato le conclusioni dell’inchiesta, ha avviato una profonda riforma interna fino ad arrivare allo scontro diretto con Corbyn, sospendendolo dal gruppo parlamentare. Una presa di posizione vista da molti ebrei britannici come un punto di svolta. Non a caso, nel discorso con cui ha annunciato le proprie dimissioni, Starmer ha inserito tra i risultati di cui va più orgoglioso proprio l’aver “estirpato il veleno dell’antisemitismo” dal Labour. Un’affermazione che molti osservatori, anche critici nei suoi confronti, riconoscono fondata. Il partito che lascia oggi è profondamente diverso da quello ereditato sei anni fa.
Tuttavia, la realtà è molto più sfaccettata. Una componente importante di questa relazione è stata inevitabilmente condizionata dall’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 2023 e dalla successiva guerra. Da quel momento in avanti Starmer ha dovuto fronteggiare forti tensioni sociali e un aumento significativo di episodi antisemiti. Da una parte, ha tenuto fede al suo impegno iniziale: a maggio scorso, ad esempio, ha convocato a Downing Street un grande forum nazionale contro l’antisemitismo, definendolo “una crisi per tutti noi” e non soltanto per gli ebrei, annunciando anche nuove misure di sicurezza e maggiori risorse per la protezione delle comunità ebraiche. Dall’altro lato, la sua gestione della guerra a Gaza ha generato crescenti tensioni. Se inizialmente le sue posizioni erano state percepite come particolarmente vicine a Israele, con il passare dei mesi il governo britannico ha assunto toni più critici verso l’esecutivo di Benjamin Netanyahu. Una scelta che ha lasciato insoddisfatta una parte significativa della comunità ebraica, già preoccupata dall’aumento dell’ostilità verso Israele e dal riemergere di fenomeni antisemiti nel dibattito pubblico.
Starmer è dunque riuscito a ricostruire il rapporto istituzionale tra Labour ed ebraismo britannico, ma non è riuscito a eliminare tutte le diffidenze nate negli anni precedenti. Ha combattuto l’antisemitismo interno al partito, ma ha dovuto governare durante una fase in cui la polarizzazione sul conflitto israelo-palestinese ha reso molto più difficile la ricerca di un equilibrio.
Adesso l’attenzione si sposta sul suo possibile successore. Il probabile candidato designato a prendere il suo posto, Andy Burnham, sindaco di Greater Manchester e figura storica del Labour, non si caratterizza per un legame particolare alle lotte contro il “corbynismo” che hanno segnato la leadership del premier uscente, ma dovrà confrontarsi con le stesse sfide: l’aumento dell’antisemitismo, il rapporto con Israele e la necessità di mantenere aperto il dialogo con una comunità che negli ultimi anni ha vissuto una delle stagioni più difficili della propria storia recente. Una sfida impegnativa a fronte di un contesto interno e internazionale quanto mai complesso.














