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    ISRAELE

    Addio a Yaacov Agam, il maestro del colore e del movimento

    Per chi conosce Tel Aviv, o vi è stato anche una sola volta, è impossibile non ricordare la grande fontana cinetica e colorata di piazza Dizengoff, con i suoi getti d’acqua e i dischi rotanti, diventata nel tempo uno dei simboli più riconoscibili della città e un punto di riferimento per intere generazioni di israeliani. E come non pensare anche alla facciata policroma del Dan Tel Aviv Hotel, al 99 di HaYarkon Street, con le sue geometrie vibranti che si affacciano sul Mediterraneo? Dietro queste due opere di arte cinetica e urbana, ormai parte dell’immaginario collettivo israeliano, si riconosce la mano di Yaacov Agam, scomparso all’età di 98 anni.

    Con lui se ne va uno dei protagonisti assoluti dell’arte contemporanea israeliana, un artista che ha attraversato quasi un secolo di storia e più di settant’anni di ricerca, mantenendo fino agli ultimi anni uno sguardo curioso e rivolto al futuro. Proprio quest’anno gli era stato conferito l’Israel Prize, il più alto riconoscimento dello Stato d’Israele, a coronamento di una carriera che ha saputo coniugare dimensione nazionale e respiro internazionale.

    Nato nel 1928 a Rishon LeZion con il nome di Yaacov Gipstein, figlio di un rabbino e cabalista, Agam studiò alla Bezalel Academy di Gerusalemme e si perfezionò poi a Zurigo con Johannes Itten, uno dei maestri del Bauhaus. Dal 1951 si stabilì a Parigi, città dalla quale avrebbe conquistato il mondo. Le sue opere entrarono nelle collezioni dei maggiori musei internazionali, dal MoMa e il Guggenheim di New York al Centre Pompidou di Parigi, e le sue installazioni pubbliche comparvero da Gerusalemme a Parigi, da New York fino a Taiwan.

    Padre dell’arte cinetica, ha saputo costruire un linguaggio inconfondibile, un lessico gioioso e rigoroso insieme, in cui matematica e spiritualità dialogano. La sua arte è stata spesso accostata anche all’Optical Art e all’arte programmata degli anni Sessanta, ma Agam ha sempre seguito una strada personale, mantenendo una traiettoria autonoma. Più che l’illusione ottica, lo interessava il tempo inteso come mutamento continuo, la possibilità che un’opera non fosse mai identica a se stessa e che lo spettatore diventasse parte integrante della creazione.

    C’è qualcosa di profondamente ebraico in questa visione. L’idea che nulla sia definitivo, che la realtà si costruisca attraverso interpretazioni molteplici, che il movimento prevalga sulla staticità attraversa la sua opera come un filo invisibile. Persino il colore, nelle sue mani, è diventato una forma di energia e di vita.

    La sua lunga esistenza, quasi centenaria, coincide con la storia stessa dell’arte israeliana. Dai primi anni dello Stato fino al XXI secolo, Agam ne è stato uno degli ambasciatori più prestigiosi, capace di parlare al mondo senza mai perdere il legame con le proprie radici.

    Nel 2016, proprio nella sua città natale, era stato inaugurato lo Yaacov Agam Museum of Art, il primo museo israeliano interamente dedicato all’opera di un singolo artista vivente. Un luogo voluto dallo stesso Agam, quasi un lascito spirituale, dove il visitatore è chiamato a “vedere oltre il visibile”. Ed è lì, nel museo che porta il suo nome a Rishon LeZion, che familiari, amici e ammiratori si riuniranno per la shivà.

    Con la sua scomparsa, Israele perde uno dei suoi artisti più amati e innovativi. Restano le sue fontane, le sue sculture, i suoi pannelli cangianti e quella fiducia ostinata nel colore e nel movimento, divenuti un vero e proprio inno alla vita. Perché, come le sue opere ci hanno insegnato, nulla è immobile. E forse anche la memoria, per continuare a vivere, deve seguitare a trasformarsi.

    Giorgia Calò – Direttore del Centro di Cultura Ebraica

    Photo By Edward Kaprov photojournalistOwn work, CC BY-SA 3.0, Link / Modificata rispetto all’originale tramite ritaglio e adattamento.

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