
Il “Memorandum of Understanding”
Una sola notizia ha dominato il notiziario su Israele nei giorni scorsi: la conclusione dell’accordo (in gergo giornalistico: MoU, Memorandum of Understanding) fra Stati Uniti e Iran. Non è un vero e proprio trattato o atto ufficiale, che dovrebbe essere approvato dal Congresso americano o forse ratificato in una delibera del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, perché la maggior parte delle questioni più significative sono rimandate a una nuova trattativa che dovrebbe svolgersi nei prossimi 60 giorni, anche se contro gli accordi essa non è ancora iniziata, per via dei soliti giochini negoziali iraniani. Ma Trump l’ha annunciato e vantato come la conclusione della guerra in Medio Oriente e l’avvio di una pace meravigliosa per la regione e per il mondo.
Un pessimo accordo
In realtà, dal punto di vista di tutti in Israele e di molti anche negli Usa, il MoU non è affatto meraviglioso, anzi è pessimo. Gli Stati Uniti hanno concesso moltissimo (fra l’altro: cessazione delle ostilità, estese anche al Libano, dove non ci sono gli americani ma gli israeliani; fine del blocco navale sull’Iran, che consentirà al regime iraniano di ottenere i soldi per riarmarsi e moderare la crisi economico-sociale del paese; restituzione dei depositi bloccati e in prospettiva un finanziamento di centinaia di miliardi di dollari, fine delle sanzioni americane, dell’Onu e della Agenzia atomica, aumentando così il sollievo militare, economico e politico del regime) in cambio della riapertura al traffico dello stretto di Hormuz, probabilmente peggiorando la situazione dell’anteguerra perché a quanto pare l’Iran potrà stabilire delle tariffe per il passaggio in acque internazionali che sono contro la legge e non ci sono mai state; e inoltre della promessa di discutere in questi sessanta giorni di una limitazione dell’uso militare dell’energia atomica che potrebbe addirittura far rimpiangere il pessimo accordo JPCOA concluso da Obama sullo stesso tema. Da quanto si capisce inoltre il tema dei missili balistici, che sono stati le armi principali dell’Iran nella guerra, è uscito dalla trattativa, anzi la loro esistenza sembra ora a Trump accettabile, e così è per gli eserciti satelliti delle organizzazioni terroristiche come Hezbollah, Hamas, Houti, sciiti iracheni, che secondo l’interpretazione dell’Iran del MoU, non contestata dall’amministrazione americana, rientrano nella tregua e dunque devono essere lasciati riorganizzarsi e magari attaccare Israele senza essere combattuti. Di cambio di regime in Iran e di appoggio ai dimostranti per la democrazia, naturalmente, neanche a parlarne. Anche perché la leadership iraniana attuale a Trump sembra piacere (“sono razionali, non radicalizzati, gente seria”). Tutto il contrario degli obiettivi con cui Trump era entrato in guerra. Insomma, un disastro, non solo per il teatro mediorientale, ma anche per la credibilità americana in tutto il mondo.
Una sconfitta per Israele?
E’ un colpo grave anche per Israele: lasciato fuori dalle trattative, ingiunto di rispettare dei limiti della sua autodifesa stabiliti a Washington con l’intento principale di non danneggiare il MoU e cioè non dispiacere al regime iraniano, insultato pesantemente dal vicepresidente Vance, trattato insomma come una colonia che deve fare ciò che decide “the boss”. Ma lo stato ebraico ha davvero perso questa partita? È stato sconfitto? Il governo che l’ha gestito durante la guerra è responsabile del colpo subito? Sono domande legittime, cui bisogna rispondere. In primo luogo no, Israele non è stata sconfitto. È ancora all’offensiva in Libano e a Gaza, non ha certamente perso contro l’Iran, dove mantiene il dominio aereo; ricordiamoci che già un anno fa, senza la presenza americana l’aviazione israeliana distrusse le difese iraniane e la sua leadership. A differenza delle forze armate americane non ci sono state perdite di mezzi e di equipaggi israeliani né danni decisivi alle sue istallazioni. Lo stato ebraico potrebbe riprendere immediatamente i bombardamenti sull’Iran e li ha sospesi di recente solo su richiesta americana. Inoltre le truppe israeliane mantengono zone di sicurezza a Gaza, in Siria e in Libano, controllano senza difficoltà il fronte interno e in particolare Giudea e Samaria. Israele mantiene legami di alleanza strategica più o meno pubblici con molti stati della regione e di là da essa. Insomma, nessuna sconfitta. Come non vi è stata una sconfitta sul campo degli Usa, ma solo una specie di resa diplomatica dettata probabilmente solo da ragioni di politica interna americana.
L’elasticità della politica israeliana
Quanto di questa resa si tradurrà in un danno effettivo sul piano militare per lo Stato di Israele, dipenderà dalla capacità di resistere del governo e in particolare di Netanyahu. Qui si innesta la questione della responsabilità politica. Da quasi settant’anni i governanti israeliani devo avere a che fare con governi americani più o meno benevoli, ma sempre orientati dall’idea di non poter lasciar vincere davvero Israele, perché la superpotenza mondiale deve tener conto degli interessi dell’altra parte, delle crisi energetiche ed economiche che derivano dalle guerre e soprattutto delle reazioni dell’opinione pubblica americana, che a partire dal Vietnam ha sempre meno stomaco per i sacrifici inevitabili per vincere una guerra e di conseguenza ne ha perse parecchie o ha sprecato le vittorie sul campo. Trump sembrava diverso in questo da Carter o Bush o Biden, ma la logica è la stessa. I governanti israeliani, che devono combattere non per l’egemonia mondiale ma per la sicurezza del paese e per scongiurare una nuova Shoah, hanno reagito a queste oscillazioni del proprio maggiore o forse unico alleato, cercando di non scontrarsi frontalmente con esso e di fargli concessioni anche quando impediva loro di consolidare vittorie sul campo: ma insieme di utilizzare il suo appoggio nei momenti di difficoltà, procurando di mantenere i vantaggi possibili e di accumulare forza per il futuro. Questa condotta elastica, non ideologica, attenta ai limiti del possibile e alle opportunità di miglioramento, è stata anche la linea di Netanyahu e lo è ancora. Israele non può scontrarsi con gli Usa e lo sa benissimo, non può permettersi i gesti orgogliosi che farebbero piacere ai suoi sostenitori, ma può cercare di mantenere il massimo livello di sicurezza, contando sul fanatismo e sull’arroganza degli ayatollah perché l’amministrazione americana capisca che non può concedere loro di dettare le regole del gioco; resistendo dunque senza fracasso sul piano diplomatico, militare e politico a tutte le intimazioni, con la consapevolezza che, come ha dichiarato Netanyahu “per noi la guerra non è affatto finita”.














