Skip to main content

Ultimo numero Maggio – Giugno 2026

Scarica il Lunario

Contatti

Lungotevere Raffaello Sanzio 14

00153 Roma

Tel. 0687450205

redazione@shalom.it

Le condizioni per l’utilizzo di testi, foto e illustrazioni coperti da copyright sono concordate con i detentori prima della pubblicazione. Qualora non fosse stato possibile, Shalom si dichiara disposta a riconoscerne il giusto compenso.
Abbonati


    ISRAELE

    La settimana di Israele

    Propaganda e realtà: cosa sta accadendo davvero in Medio Oriente

    Il copione manipolato

    A scorrere la cronaca mediorientale delle ultime settimane, sembra di assistere a un copione che si ripete: annunci di accordi imminenti, o addirittura di patti firmati, che poi cadono subito nel dimenticatoio o sono esplicitamente rifiutati da una delle parti; grande enfasi sui disaccordi fra Trump e Netanyahu; proclami sul preteso fallimento delle azioni della coalizione per cui l’Iran e i movimenti terroristici che dirige non avrebbero subito danni o li starebbero facilmente rimediando; profezie di sconfitte elettorali per Trump e Netanyahu; denunce propagandistiche di presunti crimini di guerra e peggio di Israele ma silenzio assoluto sulle violenze del regime degli ayatollah e dei suoi aiutanti; silenzio totale sulla responsabilità dell’inizio della guerra (il 7 ottobre). Questo è il modo in cui l’informazione è manipolata da quasi tutti i media, gli intellettuali, la scuola e anche le forze politiche che lavorano per fare di Israele il capro espiatorio di una crisi programmata per distruggerlo.

    La morsa

    Sul campo però le cose lentamente procedono. Hamas, che ha iniziato la guerra con l’obiettivo della distruzione di Israele e del genocidio dei suoi abitanti, com’è dimostrato dai documenti ritrovati nei suoi covi, perde progressivamente terreno a Gaza e consenso fra i suoi abitanti. Israele controlla oltre il 60% della Striscia e sta lentamente avanzando per arrivare al 70%, ripulendo il territorio da tunnel, depositi di armi e terroristi che vi sono infilati. Hamas rifiuta di consegnare le armi, ma è preso in una morsa che lo stringe progressivamente e gli toglie ogni giorno spazi di manovra. Non si sta andando probabilmente verso la “riviera” progettata da Trump, ma è chiaro che la ricostruzione potrà iniziare solo dopo l’espulsione dell’organizzazione terrorista. In Libano la situazione è analoga, salvo l’ampiezza del territorio e delle riserve di armi di Hezbollah: i terroristi sono allontanati dal confine, le loro riserve di armi e di uomini sono progressivamente intaccate. Questi hanno ancora la forza per fare danni con missili alle città e ai villaggi del nord di Israele e coi droni e le imboscate alle truppe israeliane che li rastrellano. Ma queste forze sono residuali e tutti sanno (anche gli Usa e il governo libanese) che la pace nel paese e la sovranità dello Stato si restaureranno quando il gruppo terrorista sarà disarmato e sbandato, sicché il Libano smetterà di essere una provincia esterna dell’Iran. Quanto al regime degli ayatollah, la testa della “piovra” antisraeliana, questo ha un bel proclamare di aver vinto la guerra, di controllare lo stretto di Hormuz, di star cacciando gli americani dalla regione, di non rinunciare al nucleare. Sono soggetti anch’essi a una morsa, principalmente economica ma su base militare, il blocco navale che li indebolisce e li costringerà a cedere. Gli annunci di Trump, spesso contraddittori ed esagerati, le sue dichiarazioni su accordi raggiunti e poi improvvisamente lasciati cadere, i bizzarri apprezzamenti che ha perfino espresso nei confronti dell’invisibile e forse defunta “guida suprema” Mojtaba Khamenei, vanno letti in questo contesto come scossoni, perturbazioni alla strategia negoziale basata sui bluff e sui ricatti della leadership iraniana.

    Le basi segrete di Israele

    A questo quadro, che è ben noto alle persone informate, ma che va continuamente ribadito di fronte alla disinformazione dei media, si sono aggiunti negli ultimi giorni alcuni dettagli che vale la pena di riportare. Il primo è che Israele ha mantenuto durante la fase più acuta della guerra una o forse due basi con pista aerea, personale e depositi di armi in Iraq, paese confinante e sostanzialmente alleato dell’Iran, senza che nessuno fosse in grado di rilevarle, o almeno di cercare di sloggiarle. Il secondo è che Israele ha agito nello stesso periodo contro l’Iran con forze speciali e spionaggio elettronico dall’Azerbaigian, sempre ai confini con l’Iran ma dalla parte opposta, verso il nord. Che ci fosse una collaborazione militare con il regime azero era noto, ma che esso fosse stato attivato durante la guerra non era stato dichiarato. Infine c’erano e ci sono truppe israeliane in Somaliland, il piccolo paese frutto di una scissione della Somalia che ha scambiato di recente gli ambasciatori con Gerusalemme e che è fondamentale perché sta all’estremità del Corno d’Africa, di fronte alla parte dello Yemen dominata dagli Houthi e dunque può contrastare il loro controllo dello stretto di Bab el-Mandeb che chiude il Mar Rosso; l’Iran ha spesso minacciato, se il suo blocco di Hormuz fosse infranto, di chiudere di nuovo grazie agli Houthi quest’altro snodo centrale del traffico marittimo mondiale, ancora più importante per l’Europa; ma non è affatto detto che ci riesca.

    Conflitto con gli Usa?

    Di tutta la propaganda antisraeliana, un tema è ricorrente ed è emerso nei giorni scorsi: la tensione che talvolta emerge fra Trump e Netanyahu. Il presidente americano è notoriamente una persona irruenta, che non tollera di essere contraddetto e ama vantarsi del suo potere personale. Questo lo sa benissimo Netanyahu, che è forse lo statista più esperto e accorto di tutta la politica internazionale; senza dubbio ha subìto ben controllandosi le sfuriate da Trump e certamente gli ha risposto in maniera razionale ed efficace, richiamando le ragioni dell’alleanza e anche dell’amicizia personale. Però bisogna capire che effettivamente gli interessi di Usa e Israele in questa guerra non sono perfettamente coincidenti. Per Israele si tratta di un rischio mortale, dell’ennesimo episodio di un tentativo di distruzione della presenza ebraica in Medio Oriente che risale ai pogrom del 1921, continuando poi con le rivolte arabe del 1921, 1929, 1936; con la guerra di indipendenza (che per gli arabi era esplicitamente una “guerra di sterminio”) del ’48-49; con i conflitti successivi del ’56, ’67, ’73; poi con le diverse ondate terroristiche che seguirono, con le guerre del Libano e quelle di Gaza. Oggi questo nuovo conflitto generale per Israele ha rappresentato di nuovo il rischio di distruzione ma anche l’opportunità di una normalizzazione con i paesi arabi verso una convivenza pacifica che oggi appare finalmente possibile. Per gli Usa si tratta invece solo di un episodio bellico su un teatro importante che però non è certamente quello principale (il confronto con la Cina), da risolvere con il minor numero possibile di perdite americane e l’ottenimento di vantaggi strategici ed economici (il controllo degli stretti e soprattutto del petrolio). Per Israele, in particolare, la fine della minaccia terroristica da Gaza e da Libano e Siria è un obiettivo essenziale per garantire la pace e la tranquillità del suo territorio; per gli Usa si tratta di problemi secondari su cui è possibile anche prendere tempo e fare concessioni. È chiaro che per gli Stati Uniti (almeno finché durerà l’amministrazione attuale) la difesa di Israele è un obiettivo vero e importante, ma i problemi principali stanno altrove. Per Israele il quadro strategico globale, per esempio i rapporti con Russia e Cina, sono uno sfondo lontano da considerare nell’ottica della propria sicurezza; per gli Usa è vero l’inverso. Queste differenze però non tolgono che Israele, boicottato in mezzo mondo, senza più nemmeno l’ombra dell’appoggio dell’Europa, non possa fare a meno dell’amicizia americana e del suo aiuto, anche se è in atto un progetto per trasformare i finanziamenti militari in una futura partnership industriale e degli armamenti. E per gli Stati Uniti, se non prevarranno le spinte antisemite della sinistra democratica, Israele è importante per la sua fedeltà politico-militare, ma anche per la grande capacità scientifica e tecnologica. Tutte le indiscrezioni su presunti conflitti e alterchi vanno ridimensionate su questa solidissima base di consenso.

    CONDIVIDI SU: