
Il rabbino Sperling nacque a Leopoli 1851 e vi morì nel 1921. Nel 1891 pubblicò il suo libro: Ta’amè HaMinhaghìm (Le ragioni delle usanze) che ancora oggi è considerato il testo più pratico per la conoscenza delle usanze e delle loro fonti. Di seguito le spiegazioni di Rav Sperling e una breve analisi dell’autore sugli usi di Shavu’òt.
Nella Torà la festa è definita ‘Atzèret. Il nome Shavu’òt fu dato successivamente dai Maestri. Che cosa significa Shavu’òt?
Shavu’òt ha più di un senso. Innanzi tutto significa: “giuramenti” e il nome esprime che nel momento del dono della Torà D-o per primo giurò che non avrebbe mai cambiato Israele con nessun altro popolo e il popolo ebraico giurò che non avrebbe mai cambiato Hashèm con un altro D-o. Shavu’òt significa anche settimane in quanto prima di ricevere la Torà gli ebrei si prepararono per sette settimane purificando la propria anima contaminata da secoli di permanenza in Egitto, così come una donna impura purifica se stessa per sette giorni prima di riunirsi pienamente con il proprio consorte.
Perché la Torà definisce questa festa con il nome ‘Atzèret?
‘Atzèret significa “fermata” in quanto nel corso della festa non vi sono, come per le altre festività, precetti affermativi che ricordano il motivo della celebrazione ma solo divieti che impongono di sospendere ogni forma di lavoro e di “fermarsi” dal compiere opere creative. Ma ‘Atzèret significa anche arrestare e trattenere accanto sé una presenza gradita e amata. In pratica grazie alla Torà D-o tiene noi ebrei accanto a Lui e noi teniamo nel cuore la presenza di Hashèm.
Perché nelle preghiere noi ricordiamo la festa dicendo: zemàn matàn toratènu – “il tempo del dono della nostra Torà” e non ci limitiamo a dire: zemàn matàn torà – “Il tempo del dono della Torà”?
Perché la Torà è unica ma ognuno ha un proprio particolare legame con essa. Ad ogni uomo e ad ogni donna fin dal momento della nascita e per tutta la vita, è stata trasmessa nell’anima una personale e insostituibile capacità per far vivere nel mondo la sacra Torà, per aiutare ebraicamente la propria famiglia e per sostenere Israele. Vi è chi è portato allo studio, chi all’insegnamento e chi è portato per sostenere gli altri in caso di bisogno e per avvicinare il momento dell’arrivo del Messia.
Perché si porta erba e piante di frutta al Tempio e nelle case durante la festa di Shavu’òt?
Secondo il Talmùd, a Shavu’òt il Signore decide come sarà la frutta che tra qualche giorno spunterà su ogni albero del mondo. Pertanto, tenendo accanto a noi delle piante di frutta in un Tempio o in una casa dove si celebra la festa chiediamo ad Hashèm la misericordia di avere dei buoni frutti soprattutto nella nostra terra di Israele. L’erba, inoltre, ricorda che, come è scritto nella Torà, per miracolo accanto al monte Sinai in pieno deserto spuntò un prato per permettere anche agli animali di cibarsi con gioia dopo il dono della Torà.
Perché si usa stare svegli e studiare Torà la notte di Shavu’òt?
Quando si commette un errore si deve sempre aggiustare lo sbaglio. La notte prima di ricevere la Torà gli ebrei dormirono invece di prepararsi tutti assieme al miracoloso evento del giorno successivo. Per tal motivo la notte di Shavu’òt si rimane svegli a studiare promettendo in tal modo di essere sempre disposti a ravvedersi dagli errori commessi.
Perché si usa leggere il libro di Ruth il giorno di Shavu’òt?
Da Ruth la moabita discende il re Davìd e la Meghillà di Ruth scritta dal re Shelomò si chiude proprio ricordando tale fatto. Davìd, da cui arriverà il Mashìach, nacque proprio a Shavu’òt e mori a Shavu’òt. In onore di Davìd e per ricordare che sarà grazie alla Torà donata a Shavu’òt che giungerà il Mashìach leggiamo quindi il libro di Ruth nel corso della festa. Inoltre Ruth non abbandonò mai la propria suocera che aveva perso il marito e i figli e ciò ci insegna che solo chi è pronto ad aiutare chi è affranto e necessita di sostegno ha realmente nel proprio cuore la Torà donata sul Sinài ed è degno di essere sempre ricordato.
Perché si usa mangiare cibi di latte a Shavu’òt?
Vi sono vari motivi. Il più noto è che dopo il dono della Torà, con le nuove norme impartite riguardo alla Kasherùt, stoviglie e utensili adoperati in precedenza dal popolo ebraico per la macellazione e la cottura della carne non potevano essere immediatamente rese adatte e pertanto, sotto il monte Sinài, dopo il dono della Torà gli ebrei poterono cibarsi solo di latte. Un secondo motivo è che il latte l’alimento che la madre dona al bambino per poterlo crescere con grande amore e anche Hashèm, quando donò la Torà al popolo ebraico, lo fece solo per affetto e misericordia al fine di creare un grande popolo. Inoltre, le lettere che compongono la parola “CHaLaB” – latte, sono anche le iniziali delle tre parole Lehaghìd Vaboker CHasdèkha – ogni mattino riveliamo la Tua misericordia, che si trovano nel Salmo dello Shabbàt e la Torà fu data proprio nel giorno dello Shabbàt. Infine un altro motivo, come si è detto, il latte è l’alimento necessario alla crescita dell’infante e solo se rimarremo bambini nel cuore e nell’anima, con la voglia, l’umiltà e il desiderio di crescere anche ebraicamente, potremo avere un vero e reale rapporto con la nostra Torà.
La forma della Challà
Un uso soprattutto degli ebrei di origine tedesca è quello di preparare delle lunghe Challòt intrecciando tra loro quattro fasce di pasta. La Challà ricorda la manna chiamata “Il pane dal cielo” (Es. 16, 4) e nella tradizione rabbinica la Torà donata dal cielo è paragonata alla manna che nascondeva tutti i sapori del creato proprio come la Torà cela tutti i segreti che permettono al mondo di continuare l’esistenza eterna. La lunghezza della Challà simboleggia che la Torà non avrà mai fine. Le quattro trecce di pane simboleggiano i quattro livelli interpretativi della Torà che secondo il Talmùd (Chaghigà 14B) ci permettono di addentrarci nei sensi nascosti del Testo divino.
Donare un nuovo abito alla moglie prima della festa
Prima di Shavu’òt si usa donare alla propria moglie un nuovo abito in modo generare in lei un po’ di felicità. È questa una dimostrazione di affetto e benevolenza perché fu soprattutto grazie alle donne se gli ebrei si meritarono la libertà e di ricevere la Torà dal Sinài. Ma quest’uso ha anche un forte valore simbolico. L’amore è fondamentale nella festa di Shavu’òt. I dieci comandamenti erano scolpiti sulle due tavole della stessa misura. Nella prima vi erano i comandamenti da rispettare verso Hashèm e nella seconda quelli da rispettare verso le persone. I Nostri Maestri hanno spiegato che le due tavole avevano lo stesso peso e ciò è molto strano in quanto il numero delle lettere incise nella prima tavola era molto più elevato di quelle cesellate nella seconda. In pratica, secondo la logica, la prima tavola avrebbe dovuto pesare molto meno della seconda in quanto la pietra da questa eliminata era assai maggiore. Ne consegue, pertanto, che le lettere della seconda tavola erano sicuramente più grandi di quelle usate per scrivere i comandamenti della prima tavola e che pertanto la quantità di pietra eliminata risultava essere la stessa. In tal modo lo sguardo degli ebrei fu attratto maggiormente dalla Tavola di grandi lettere che conteneva l’obbligo dell’amore e del rispetto per il prossimo. L’affetto del marito e la gioia della moglie simboleggiano che solo quando il popolo ebraico è unito ha veramente senso festeggiare la festa di Shavu’òt.















