
La presenza ebraica ha segnato profondamente la storia di Roma, contribuendo a definirne l’identità culturale e sociale nel corso dei secoli. A questa lunga vicenda è stata dedicata la serata conclusiva di Ebraica – Festival Internazionale di Cultura, tra riflessione storica e racconto musicale.
Al centro dell’incontro, la presentazione del libro Il Ghetto di Roma della storica Serena Di Nepi, in dialogo con lo scrittore Fabrizio Rondolino e Claudio Procaccia, direttore del Dipartimento per i Beni e le Attività della CER. L’occasione ha permesso di ripercorrere il complesso contesto storico e sociale in cui la comunità ebraica della Capitale visse tra il 1555 e il 1870.
Nel ricostruire le origini del Ghetto, Procaccia ha evidenziato come alla sua istituzione abbiano contribuito “l’ascesa del Santo Ufficio e il clima della Riforma e della Controriforma”. Si trattò di una realtà che segnò un evidente irrigidimento nei rapporti tra ebrei e cristiani, ma che al tempo stesso rappresentò anche una forma di riconoscimento della presenza ebraica in città, in un’Europa in cui, altrove, l’alternativa era spesso l’espulsione.
In questa prospettiva si inserisce una delle chiavi di lettura proposte da Serena Di Nepi: quella di una continua “negoziazione asimmetrica” tra la comunità ebraica e il potere pontificio. Pur tra restrizioni e vincoli, gli ebrei romani riuscirono comunque a ritagliarsi spazi di autonomia economica, culturale e religiosa, mantenendo viva una rete di saperi e relazioni.
Particolarmente significativo fu l’elevato tasso di alfabetizzazione presente all’interno del Ghetto, testimoniato dall’esistenza di due importanti biblioteche: quella della Comunità Ebraica di Roma e quella del neonato Collegio Rabbinico. Entrambe vennero disperse durante la Seconda guerra mondiale e, mentre della prima non si hanno ancora notizie, parte del patrimonio della seconda è stato successivamente recuperato.
Anche la vita religiosa rifletteva la complessità di queste trasformazioni. Se inizialmente erano presenti circa undici sinagoghe, in seguito fu consentito l’utilizzo di un unico edificio che ospitava al suo interno cinque diverse “Scole”: la Scola Nova, la Scola del Tempio, la Siciliana, la Catalana e la Castigliana.
Lo sguardo si è poi spostato sul presente. Ancora oggi il quartiere ebraico di Roma rappresenta un potente simbolo identitario, ma si confronta con le sfide poste dalla trasformazione urbana e dal turismo di massa. Come ha osservato Rondolino, “la presenza della scuola ebraica ha contribuito a riportare famiglie e vita quotidiana, ma non mancano le preoccupazioni per il rischio di una progressiva perdita del tessuto sociale che ne ha caratterizzato la storia”.

La seconda parte della serata ha ospitato lo spettacolo C’era una volta in Ghetto, ideato dal compositore Alberto Laurenti e da Sandro Di Castro: un viaggio tra canzoni, ricordi e tradizioni popolari che ha restituito il volto più autentico del Ghetto, raccontandolo come luogo vivo e profondamente intrecciato alla storia di Roma.
A fare da filo conduttore non solo dell’incontro, nonché dell’intero festival, è stata la Tikvà, la speranza, intesa come forza capace di accompagnare il popolo ebraico attraverso persecuzioni, esili e trasformazioni storiche, senza mai interrompere la continuità della propria identità.
Una riflessione che ha offerto la conclusione ideale di Ebraica, in una sintesi che vede il Ghetto come lo spazio in cui una comunità ha saputo preservare e costruire la propria storia. “Una storia che non è solo ritorno, ma indipendenza nazionale nella speranza, vecchia di duemila anni, di essere un popolo libero nella propria terra, la terra di Sion e di Gerusalemme”, ha concluso Di Castro, riprendendo così i versi della Hatikvà.














