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    ISRAELE

    Quel libro di preghiere che salvò un medico israeliano durante la Guerra del ‘48

    Un proiettile sparato da un cecchino giordano e un piccolo libro di preghiere (siddur) infilato nel taschino della divisa. È la storia di Moshe Kamara, medico militare israeliano durante la Guerra d’Indipendenza e del siddur che, secondo il racconto della sua famiglia, gli salvò la vita. Oggi quel volume, segnato dal proiettile, è stato donato all’Archivio di Kfar Etzion, tornando nel luogo in cui tutto ebbe inizio. A riportarlo Ynet.
    Alla fine di marzo del 1948 Kamara, combattente della Compagnia B del Battaglione Mikhmas, arrivò a Gush Etzion. La sua unità prese posizione presso il Monastero Russo, punto strategico affacciato sulla strada tra Gerusalemme e Hebron e teatro di aspri combattimenti.
    A raccontare anni dopo quei momenti fu il compagno d’armi Shmuel Bazak. Kamara, in quanto medico, correva spesso verso le zone più esposte per soccorrere i feriti. Una notte, durante uno degli scontri, aveva riempito le tasche di bende e non aveva spazio per portare con sé né i tefillin né il siddur. Decise così di infilare il libro di preghiere nel taschino della giubba, all’altezza del petto.
    Mentre l’unità si spostava sotto il fuoco nemico, Kamara fu colpito. Si portò una mano al petto e cadde. I suoi compagni pensarono che fosse morto. Pochi istanti dopo, però, lo videro rialzarsi e continuare a correre.
    Solo dopo il combattimento fu possibile capire che cosa fosse realmente accaduto. Il proiettile aveva attraversato la copertina di legno d’ulivo del siddur, penetrando nelle pagine finali, dove era rimasto incastrato. Anni più tardi, un nipote di Kamara raccontò l’episodio a un docente, che volle sapere esattamente il punto esatto della pagina colpita. Il proiettile aveva centrato la frase ebraica “Melech memit umechayeh”, “il Re che porta la morte e che dona la vita”, cancellando quasi completamente la parola ‘memit’, ovvero “porta la morte”.
    Kamara fu tra i pochi a sopravvivere alla battaglia del monastero. Ferito, venne fatto prigioniero dai giordani. Durante la prigionia un soldato gli sottrasse il siddur, ma Kamara riuscì in seguito a riprenderlo, rischiando la vita. Conservò il libro di preghiere durante la prigionia e lo riportò a casa dopo la liberazione.
    Moshe Kamara è morto sedici anni fa, ma il siddur è rimasto nella famiglia come testimonianza di una salvezza miracolosa. Di recente i suoi figli sono tornati al Monastero Russo e hanno ripercorso i luoghi della battaglia con Aryeh Rotenberg, guida della Kfar Etzion Field School. Successivamente hanno consegnato il libro all’Archivio Dov Knohl per la storia di Gush Etzion, dove sarà conservato. “Il siddur torna nel luogo in cui la sua storia è stata intrecciata” ha detto la famiglia. Da prezioso ricordo privato, il piccolo libro di preghiere diventa così anche un documento di memoria collettiva: una pagina della storia di Gush Etzion e della Guerra del ’48.

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